CHE FAMIGLIA...

Mi domando, e comincio dalla fine, se non compresero Maria e Giuseppe quel figlio così eccezionale, come possiamo pretendere di capirlo noi?
Eppure loro avevano avuto segnali indiscutibili, un angelo che lo aveva annunciato, altri angeli sulla grotta della nascita, sogni, tutte cose che avrebbero dovuto prepararli, almeno un poco, a ritenere quel figlio come speciale.
Eppure anche loro, i genitori a cui era stato preannunciato lo straordinario, hanno dovuto cercare quel bambino dodicenne, anche loro hanno dovuto fare i conti con una sorprendente ordinarietà della vita familiare. Non sono stati resi immuni, Maria e Giuseppe, dalle mille angosce dell’essere genitori, dalla preoccupazione di una febbre che non passa a quella di quando si attende il ritorno alla sera.
“Angosciati ti cercavamo”, come noi.
Come noi a cercarlo ovunque, col timore di averlo definitivamente perso, come noi a restare stupiti davanti alle sue risposte, imprevedibili, sconcertanti. Come noi a dover accettare che Dio non è come lo abbiamo previsto, come ce lo siamo raccontato, come lo abbiamo immaginato, ma è Altro, sempre Altro.
Un Dio che prima di tutto “ascolta” e poi “interroga”: ascolta le nostre domande o il nostro grido e poi ci sconvolge, perché smuove le parti profonde e nascoste di noi, quelle che non sappiamo di possedere, quelle che abbiamo lasciato spegnere sotto le braci dell’abitudine, dell’indifferenza, dello scontato.
Un Dio che è sempre oltre, che corre avanti perché impregnato di futuro, di novità, di terra e cieli nuovi: sono queste le “cose del Padre”. Quelle che non capiamo. Non si comprende Dio, questo Dio che appare e scompare, che va via e ritorna, che scappa e si fa trovare; non si comprende se non con l’amore che ti fa restare stupito davanti a Lui, al suo sorprendente procedere per cammini imprevisti.


