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Cosa pensava, cosa guardava là seduto sulla riva, in quei brevi momenti concessi alla solitudine, prima che la folla, accortasi di lui, gli si accalcasse intorno?
Fin dove correva lo sguardo di Gesù rannicchiato sui sassi?
Cosa suscitava un sorriso o gli faceva battere il cuore: il sole che stava forse nascendo, la vista di un pesce, la sabbia tra le mani?
A cosa pensava Gesù?
Forse stava pensando al cuore dell’uomo, così simile ad una strada indurita dai passi, così pieno di sassi e rovi, così buono da dare frutti abbondanti.
Terreno in attesa di seme. Lo conosceva bene Lui quel cuore umano, lo aveva visto battere nei suoi amici quando si infervoravano per le sue parole, e quando, dopo poche ore, dimostravano che quelle stesse parole non le avevano mica capite.
Ma conosceva bene anche il seminatore, che comprende solo lo spreco del seme e lo sparge ovunque, senza calcoli, senza misure. Con una allegria negli occhi dettata solo dalla fiducia, da una scommessa azzardata e temeraria.
Affida il seme alla terra, abbondantemente, smisuratamente. Ha fiducia in quel terreno e ha fiducia nella forza e nella generosità del seme, a prescindere dalla risposta.
Ci precede, la fiducia. Ci precede una speranza che non ha bisogno di garanzie.
E chi ci dice che il terreno buono sia proprio quello perfetto e non semplicemente, umilmente, quello aperto, pronto ad accogliere il seme? «Tu tienimi – scrive Chandra Livia Candiani – e io mi trasformerò in meraviglia tra le tue mani, al caldo, quel caldo che di notte fa crescere il grano».
Dio non fa selezioni, Lui guarda il futuro, sogna il terreno che potremmo diventare, non vede le pietre e i rovi, ma il campo fertile. Lui semina continuamente, esageratamente, spericolatamente. E vede già il frutto.
E là dove il seme trova un po’ di terra buona, appena una zolla, appena qualche centimetro, scoppia la pienezza: trenta, sessanta, cento volte in più delle nostre misere previsioni. Siamo strada polverosa e roveto, pietre e spine possono anche invadere il nostro cuore, ma ci sarà sempre un seminatore così poco razionale che continuerà a credere nella nostra terra.
Perché Lui vede solo il grano.

In cima ad un monte, si sa, lo sguardo spazia: a volte il panorama mozza il fiato, a volte restiamo incantati da tanta apertura e ci sentiamo quasi immersi nel cielo.
A quell’appuntamento gli undici non potevano mancare, eppure, quando lo videro, dubitarono.
Forse perché, anche davanti all’evidenza, il cuore resta fragile e sembra che niente basti mai per avere una certezza.
Ma, nonostante tutti i dubbi, Gesù affida loro un compito: «Andate, battezzate, insegnate»; non dice «restate fermi così, difendete, proteggete quel che avete visto e vissuto».
No, la fede in Lui non sarà mai un giocare in difesa, ma uno slancio avanti, un incontrare, un attraversare le strade e i cammini degli altri. Pensavano di salutarlo per sempre gli undici e forse sentivano già il dolore di uno strappo, invece avranno in cambio una promessa: «Sono con voi tutti i giorni», anche i giorni stanchi, quelli confusi, quelli che non sanno di niente. È un Dio fedele il nostro, è un Dio che sta nella vita, nelle fatiche, nei dubbi: Lui si immerge nella concretezza della quotidianità, nelle incertezze dei giorni storti, nel magma della nostra confusione.
La sua fedeltà non pretende la nostra coerenza, è più ostinata delle nostre fragilità, come scrive David Maria Turoldo: «E non eri lontano, Signore,/ quando pensavo di averti perduto:/ eri nel fondo del mio silenzio,/ più intimo di me stesso».
Proprio nel fondo più profondo, anche nel pozzo buio delle mie contraddizioni. E Gesù oggi ci dice proprio così: «Sarò con voi» non sopra, non distante a guardarti e giudicarti, ma dentro la tua vita, in ogni attimo e non sarai mai solo.
Pensavano di salutarlo per sempre gli undici e anche a noi, in fondo, sembra che la sua ascensione sia una partenza definitiva;
invece quel suo salire al cielo, ce lo apre quel cielo, ce lo avvicina così tanto da farlo arrivare fino a terra, a penetrare ogni istante della nostra storia.
Non sei più un Dio da cercare, ma da riconoscere nelle pieghe della vita, da rileggere nelle parole di ogni giorno anche quelle distratte e povere: sei un esercizio dello sguardo, nello scorgerti presente e silenzioso, ad accompagnarci, vicino, dentro. Sei l’invito a prendere sul serio ogni gesto che compiamo, il modo con cui versiamo da bere, con cui cominciamo la giornata, con quale pensiero apriamo i nostri occhi. Può bastare questo poco per sentirci anche noi sul monte, immersi nel cielo fino a terra.


Più concreto di così non si può: Gesù non poteva essere più chiaro.
A chi si aspettava teorie e teologie, a chi immaginava di doversi mettere a studiare, a interpretare, a cavillare su parole e idee astratte, Gesù offre un pezzo di pane: cibo quotidiano, essenziale; non un lusso, ma una necessità.
Che strano Dio è colui che pensa di nascondersi in un boccone e un sorso, che invece di affermare con grandiose raffigurazioni la sua potenza e maestosità, si offre in ciò che di più comune e ordinario ci possa essere: un pezzo di pane, che non si nega a nessuno.
Perché Lui sa bene che la fame vuole sostanza, perché Lui ha conosciuto la stanchezza e ha capito cosa significa sentirsi svuotati, senza energie e comprende l’umano, elementare bisogno di qualcosa che semplicemente ci rimetta in piedi.
Troppo lungo per noi il cammino per fare a meno di qualcosa che nutra davvero, che entri in circolo nel nostro sangue e si trasformi in vita; troppo faticoso e logorante questo cammino per pensare di farcela da soli, senza riconoscere il bisogno che abbiamo di riceverla questa vita.
Una vita fatta di scambio, di relazione, di offerta e dono, di intimità. Cosa è più intimo, infatti, di ciò che ingeriamo, di ciò che entra fin nel profondo delle nostre cellule e che assorbiamo per ricavarne forza ed energia?
Ha bisogno di raggiungere i nostri corpi Dio, non si accontenta delle parole, leggi, dottrine: Lui vuole toccarci nel profondo, diventare come linfa degli alberi, scorrere nelle nostre vene.
Così, solo così può darci il respiro della vita vera, quella che non muore e dà senso anche a ciò che sembra privo di senso. Vita eterna, per sempre, che inizia già oggi con la lenta trasformazione, con l’assorbire un pane che si fa persona.
A nutrire sogni e speranze, a dare coraggio e fiducia, brividi e passione.
Eccolo Gesù, sempre con uno sguardo al cielo e un altro alla terra, pane dal cielo e linfa delle mie radici, ecco che si racconta attraverso mulini e torchi, macinature e spremiture di chicchi, a farsi pane e vino. Per restarci vicino, dentro, carne della nostra carne.


NON SIA TURBATO IL TUO CUORE

Che una voce oggi, proprio nel mio oggi, arrivi fino al mio orecchio e mi sussurri «Non sia turbato il tuo cuore» è favore inaspettato, perché questo mio oggi è pieno di incertezze, di paure, di rancori.
Come evitare il turbamento, come non lasciarsi indignare, rattristare, come non provare pena e non soffrire del quotidiano che si srotola oggi dopo oggi?
Eppure sembra detto proprio a me: «Non lasciare che questo turbamento sia per te la parola definitiva, la chiusura alla speranza, la fine».
E allora no, non voglio leggere le parole seguenti di Gesù che parlano di casa, come una consolazione finale, come il premio post mortem a cui ambire.
Voglio piuttosto pensare a quella “dimora” come un angolo di casa in cui essere accolto nonostante i miei mille sbagli, i miei mille turbamenti, un angolo in cui trovo stabilità quando tutto intorno sembra frantumarsi.
Un pezzetto di paradiso, ma nell’oggi.
Dove posso imparare ad amare anche quel che non controllo. E certo, devo poterci arrivare a quella casa, ed ecco che quella voce oggi mi dice: «Sono io la via»: non mi dà una mappa, ma una direzione, non mi affida una dottrina, ma una persona, un incontro, una relazione.
La strada non si possiede, si percorre insieme, anche quando non so cosa c’è dietro ad una curva, anche quando i piedi sono stanchi e fanno male.
Perché in quella strada posso finalmente sentirmi autentico, vero, trasparente, amato completamente. Solo così, su quella via, la verità diventa non un’idea, non un qualcosa di astratto da difendere, ma è esperienza, fatto concreto, insomma vita.
Non più un’arma per affermare le mie ragioni, ma una unità interiore che libera.
Pone delle domande oggi Gesù, domande profonde, scabrose come pietre: «E se il senso della vita non fosse un punto di arrivo, ma una strada da fare insieme? E se la verità non fosse qualcosa da difendere, ma piuttosto da incarnare? E se la vita fosse solo un fiducioso affidarsi?».
La promessa è immensa, quasi scandalosa: «Chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste».
Fiducia per fiducia: ce la chiede il nostro Dio, ma solo perché Lui ne ha esageratamente in noi. Una fiducia sconfinata.