
Telefono: 0461-922591
Cellulare: 347-4241142
Email: zatelli.lino@gmail.com
Gaza, i medici di MEDICI SENZA FRONTIERE:
ecco come si muore di fame, questo strazio deve finire
La testimonianza di un responsabile di Medici Senza Frontiere che opera nella Striscia sulle condizioni inumane in cui versano bambini, donne e anziani: è una lenta distruzione della dignità, anche noi operatori mangiamo ogni due giorni perché semplicemente non c'è più cibo da comprare.
Così la fame distrugge il corpo di un essere umano:
"Nelle prime 6-24 ore, il livello di zucchero nel sangue cala.
Il corpo brucia il glicogeno immagazzinato per sopravvivere.
Da 1 a 3 giorni, il glicogeno è esaurito e il grasso viene trasformato in chetoni per alimentare il cervello.
Il corpo entra in quello che chiamiamo 'modalità di sopravvivenza'.
Entro 3-5 giorni, i muscoli iniziano a deteriorarsi.
Il corpo sacrifica i propri tessuti, persino il cuore, solo per sopravvivere.
È a questo punto che i bambini smettono di piangere".
A parlare è il dottor Mohammed Abu Mughaisib, vicecoordinatore medico di MSF a Gaza.
È magro il dottor Mughaisib, gli occhi scavati dalla stanchezza, e fa fatica a parlare perché la fame, spiega, sta colpendo anche il personale umanitario.
“Negli ultimi mesi sono sopravvissuto con un solo pasto al giorno.
E negli ultimi giorni ho mangiato solo una volta ogni due giorni, non perché non potessi permettermelo, ma perché non c'è nulla da comprare e i mercati sono completamente vuoti.
E non sono l'unico.
Ci prendiamo cura di pazienti che stanno morendo di fame mentre noi stessi stiamo iniziando a soffrire la fame”.
Anche gli autisti delle ambulanze che trasportano i feriti e i pazienti stanno morendo di fame.
La tragedia di don Matteo Balzano «Il disagio dei giovani non è estraneo ai preti»
Il suicidio del sacerdote di Cannobio ha innescato commozione e una serie di riflessioni. Giorgio Ronzoni: «Servono ricerche sistematiche per aiutare soprattutto i più giovani». Don Massimo Angelelli della Cei: «Spesso c'è la difficoltà a corrispondere a modelli performanti ma essere fragili non significa essere difettosi». Don Maurizio Patriciello: «Anche un prete può cadere in depressione ma con l’aiuto di Dio e dei fratelli può rialzarsi».
Antonio Sanfrancesco
8 luglio 2025
Migliaia di persone hanno partecipato lunedì sera a Cannobio alla veglia di preghiera in suffragio di don Matteo Balzano, il giovane parroco morto suicida sabato scorso. Martedì mattina, nella Collegiata di San Vittore, i funerali celebrati dal vescovo di Novara, Franco Giulio Brambilla, mentre alle 15 sarà celebrata una Messa di suffragio a Grugliasco dove il giovane sacerdtore sarà sepolto.
Una vicenda che ha scosso tutta l’Italia e spinto moltissime persone a dedicare un pensiero al giovane sacerdote sui social. Don Giovanni Berti, sacerdote della diocesi di Verona famoso per le vignette con cui racconta il Vangelo, ne ha dedicata una al vice parroco di Cannobio ritratto mentre viene accolto in Paradiso e Dio gli dice «Vieni don Matteo, ti ascolterò per l’eternità».
Il tema dello stress e del born out dei preti, soprattutto quelli più giovani, è al centro delle riflessioni di questi giorni. «Dobbiamo ascoltare di più», ha detto padre Massimo Fusarelli, Ministro generale dei Frati minori.
Sul Sir, l’agenzia della Cei, la riflessione di Giorgio Ronzoni, parroco padovano e insegnante di Teologia pastorale presso la Facoltà teologica del Triveneto. Partendo dal caso di Cannobio, Ronzoni ha ricordato di aver condotto più di vent’anni fa una «ricerca sul burnout dei preti della mia diocesi. I risultati sono stati pubblicati su varie riviste e alla fine sono confluiti in un libro che ho curato: Ardere, non bruciarsi (Edizioni Messaggero Padova). La ricerca ebbe poi molta risonanza: nel 2018 fu citata addirittura da José Tolentino Mendonça (creato cardinale l’anno successivo) quando tenne gli esercizi spirituali a Papa Francesco. Pochi mesi fa una giornalista mi ha telefonato per chiedermi dati aggiornati su questo tema, ma ho dovuto risponderle con un po’ di vergogna che di queste ricerche, in Italia, non ne sono state condotte altre. I vescovi francesi nel 2020 hanno coraggiosamente pubblicato i risultati dello “Studio sulla salute dei sacerdoti in attività”, senza nascondere problemi come per esempio un certo abuso di alcol da parte di due quinti del clero. In Italia, invece, si è finora preferito non intraprendere ricerche di tale portata», scrive Ronzoni, «è probabile che le ragioni siano molteplici, e non certo legate a indifferenza: forse un certo timore, forse la convinzione che l’esperienza pastorale quotidiana permetta già una conoscenza sufficiente della realtà, forse una fiducia minore nelle ricerche di ambito socio-religioso. Qualunque sia il motivo, resta il fatto che la teologia pastorale, senza un’adeguata base di dati, rischia di restare ancorata più a impressioni che a evidenze. E questo, oggi, appare come una mancanza da colmare con umiltà e coraggio».
Ronzoni ricorda che la sua ricerca «condotta a costo zero, mise in luce un dato tutt’altro che sorprendente: il disagio diffuso tra i sacerdoti nei primi anni di ministero. Passare dalla vita di seminario – regolare e regolata – a quella della parrocchia è un cambiamento che può mettere in crisi. In fin dei conti, anche alcuni confratelli più sperimentati soffrono parecchio quando cambiano incarico: quanto più chi inizia una vita complessa come lo è quella del prete oggi. Inoltre, non dimentichiamo che i giovani preti sono presbiteri – cioè anziani – solo sacramentalmente: per il resto sono giovani, e se il suicidio è la seconda causa di morte tra i giovani, dopo gli incidenti stradali, un motivo ci sarà. Un prete giovane è diverso dai suoi coetanei? Sì, ma non troppo. Come quelli della sua età può sentire il bisogno di conferme da parte dei superiori e dei fedeli e per ottenerle può arrivare a spendersi oltremisura, magari con il timore – infondato, certo, ma per lui reale – di non essere più apprezzato se non riesce a raggiungere certe performance. Si potrà obiettare che un uomo di Dio non dovrebbe dipendere dal giudizio degli altri, rispondendo solo al Signore e alla propria coscienza. Ma ciascuno è quel che è, e per arrivare a essere quel che dovrebbe, se mai ci arriva, prima deve imparare a conoscere sé stesso attraversando molte prove e prendendosi cura seriamente della propria formazione. Non tutti ce la fanno: qualcuno abbandona il ministero, qualcuno viene a patti con una mediocrità tutt’altro che aurea, qualcuno si sente sopraffatto dalla vergogna di non essere all’altezza dei propri ideali, qualcun altro cade in depressione o si ammala».
Sulla vicenda è intervenuto anche monsignor Massimo Angelelli, responsabile dell'Ufficio Cei per la Pastorale della salute: «Quello che mi ha fatto davvero male nella storia di Matteo», ha detto intervistato dall’Ansa, «è che quando uno sceglie una strada così estrema pensa evidentemente che sia la migliore soluzione in quel momento, non si prendono in considerazione altri scenari. Il messaggio che vorrei far passare invece, è che un'altra opzione è sempre possibile, nessuno pensi di essere incastrato, che non ci siano alternative, un'alternativa è sempre possibile, voglio dirlo con chiarezza a tutti. Questo ufficio», ha spiegato Angelelli, «sta dando attenzione al tema della salute mentale da almeno 9 anni, collabora con noi un tavolo composto da una quindicina di professionisti, psichiatri e psicologi, per noi è un tema evidente, lo abbiamo affrontato molto nel periodo del Covid mentre l'ultimo rapporto del 2024 si è concentrato sul concetto di solitudine: quello che emerge dal nostro osservatorio è un contesto sociale che tende a isolare e che genera isolamenti o auto isolamenti, le persone non si sentono adeguate ai modelli che vengono presentati. È un fenomeno molto vasto nel mondo giovanile e anche i religiosi e le religiose fanno parte di questo mondo, non sono avulsi da questo stesso contesto. Spesso - spiega ancora - c'è una mancata accettazione della propria fragilità e la difficoltà a corrispondere a modelli performanti ma essere fragili non significa essere difettosi».
Sulla vicenda di don Matteo è intervenuto anche il parroco di Caivano, padre Maurizio Patriciello, con una riflessione su Avvenire: «La vita spirituale – non solo, la vita in genere – è una battaglia», ha scritto, «la Chiesa ha sempre consigliato ai cristiani, e in particolare ai consacrati, un padre spirituale, una sorta di stratega che ben conosce il campo di battaglia, che sappia accompagnarti nei meandri della fede quando la strada asfaltata diventa prima un sentiero polveroso, poi un vero e proprio deserto. Tutto ciò che riguarda gli uomini riguarda i preti, anche se in un modo diverso. Un prete può cadere in depressione? Certamente. Sarebbe un’ingiustizia se questa gabbia oscura andasse a posarsi su chiunque tranne che su di lui. Può cedere alla tentazione? Certo, la Chiesa non lo ha mai negato. Ma, come chiunque, può risollevarsi e riprendere ad amare e servire Dio e il prossimo con maggiore lena ed entusiasmo».
Gaza: cercare la pace
di: Matteo Zuppi-Daniele De Paz
Noi, rappresentanti delle comunità cristiana ed ebraica a Bologna, figli dell’Unico Dio pacifico e misericordioso, riconoscendoci Fratelli tutti, uniamo la nostra voce consapevoli della gravità dell’ora presente e della responsabilità morale che ci unisce come credenti e come cittadini.
Di fronte alla devastazione della guerra nella Striscia di Gaza diciamo con una sola voce: fermi tutti. Tacciano le armi, le operazioni militari in Gaza e il lancio di missili verso Israele. Siano liberati gli ostaggi e restituiti i corpi. Si sfamino gli affamati e siano garantite cure ai feriti. Si permettano corridoi umanitari. Si cessi l’occupazione di terre destinate ad altri. Si torni alla via del dialogo, unica alternativa alla distruzione. Si condanni la violenza.
Ci uniamo al grido dell’umanità ferita che non vuole e non può abituarsi all’orrore della violenza: basta guerra. È il grido dei palestinesi e degli israeliani e di quanti continuano a credere nella pace, coscienti che questa può arrivare solo nell’incontro e nella fiducia, che il diritto può garantire nonostante tutto. Come ricorda il Salmo: «Cercate la pace e perseguitela» (Sal 34,15). E come insegna la sapienza antica: «Chi salva una vita, salva il mondo intero». Ma è tragicamente vero il contrario: chi uccide un uomo uccide il mondo intero.
Condanniamo ogni atto terroristico che colpisce civili inermi. Nessuna causa può giustificare il massacro di innocenti. Troppi bambini sono morti. Nessuna sicurezza sarà mai costruita sull’odio. La giustizia per il popolo palestinese, come la sicurezza per il popolo israeliano, passano solo per il riconoscimento reciproco, il rispetto dei diritti fondamentali e la volontà di parlarsi.
Rigettiamo ogni forma di antisemitismo, islamofobia o cristianofobia che strumentalizza il dolore e semina solo ulteriore odio. Chiediamo alle istituzioni italiane e internazionali coraggio e lucidità perché aprano spazi di incontro e aiutino in tutti i modi vie coraggiose di pace. Il dolore unisca, non divida. Il dolore non provochi altro dolore. Dialogo non è debolezza, ma forza. La pace è sempre possibile. E comincia da qui, da noi. Fermi tutti!
Matteo Maria Zuppi, Arcivescovo di Bologna
Daniele De Paz, Presidente della Comunità Ebraica di Bologna
Massimo Recalcati "Una morte dignitosa"
8 Luglio 2025
Manca nel nostro Paese una legge sul fine vita. Da tempo lo sottolineo. Di questa legge esiste una esigenza collettiva tanto ampia quanto sistematicamente misconosciuta dalla politica di destra e di sinistra, salvo rarissime eccezioni, per esempio quella di Marco Cappato. Il silenzio della politica parlamentare è divenuto nel tempo sempre più assordante. Eppure sono migliaia le persone e i loro famigliari che si trovano di fronte all’urgenza drammatica di affrontare una vita esposta ad una sofferenza senza più alcuna speranza.
La legge 219 sul biotestamento non può essere sufficiente. Il suicidio assistito rimane in ogni caso fuori legge con la conseguenza che i medici e tutti coloro che lo favoriscono sono esposti a pesanti rischi penali. Per questa ragione migliaia di italiani sono costretti all’esilio in Svizzera o al suicidio solitario. Anche le recenti sentenze della Corte costituzionale — come è avvenuto col caso Cappato-Dj Fabo — pur aprendo delle brecce importanti, non riempiono questo vuoto legislativo che resta uno scandalo tutto italiano. Serve al contrario una Legge che riconosca a chi è sconfitto dalla malattia e non ha più speranze né di guarigione né, soprattutto, di una vita dignitosa, il diritto di scegliere di morire anticipando la cosiddetta morte naturale. Ma si può pensare davvero che coloro che estenuati da una malattia che non lascia scampo e che magari li ha consumati crudelmente per anni o addirittura decenni, non abbiano desiderato profondamente di continuare a vivere? Che cosa li avrebbe spinti se non il desiderio di vita a sostenere la lotta impari contro la tragedia della malattia? E poi che cosa significa davvero “vivere”? Significa essere semplicemente vivi? Vivere coincide davvero con questa visione brutalmente materialistica della vita come mero respiro vitale, come mera sopravvivenza? Si può ridurre l’essere dell’uomo al suo corpo biologico? Non è questa una opzione rozzamente materialistica?
Le cure palliative, come sappiamo, si rivelano essenziali per accompagnare con la massima umanità e cura una vita alla sua fine. Ma cosa accade quando questo passaggio dura dieci o vent’anni? La cura palliativa non perde in questo caso il suo senso e non si trasforma inevitabilmente in un accanimento terapeutico? Non si dovrebbe invece lasciare al soggetto sofferente la decisione relativa alla sua capacità di resistenza, alla sua capacità di sopportare un’esistenza mutilata e oppressa da una sofferenza che esclude ogni possibilità terapeutica e ogni possibile speranza di miglioramento?
Una legge sul fine vita non sancirebbe un diritto alla morte, ma quello a una vita dignitosa in grado di decidere il suo termine. In questo senso essa dovrebbe accompagnarsi a un potenziamento delle cure palliative per rendere l’eventuale decisione di porre fine alla propria vita la più libera possibile. Riconoscere il diritto alla resa non sponsorizza la morte come soluzione, ma tiene conto dei limiti umani della vita. La resa di chi decide per la propria morte di fronte all’inesorabilità del male non è un atto di viltà ma una presa d’atto di una sconfitta drammatica che merita tutto il nostro rispetto e la nostra solidarietà. Come si fa a non capire? Come si fa a imporre ad altri la nostra misura della vita? Come si può costringere altri a vivere una vita che non è più la loro e che assomiglia giorno dopo giorno sempre più alla morte? In questo senso la dichiarazione di resa deve poter essere sovrana. Solo la filosofia dell’hitlerismo, solo coloro che credono che la vita sia puro acciaio destinato a non piegarsi mai, possono escludere la possibilità umanissima della resa. In un tempo come il nostro dominato dall’ideologia della prestazione, dal mito della giovinezza e dalla volontà di potenza del proprio Ego, morire è diventato un tabù assai più ingombrante del sesso. Con la conseguenza che la nostra civiltà ha completamente smarrito la grammatica della resa. L’idea stessa che ci si possa arrendere alla sventura e all’atrocità di una malattia che non lascia scampo, l’idea che ci si possa congedare con dignità dal tempo del mondo, può apparire intollerabile, quasi oscena. Eppure, è proprio nella resa che risuona una verità profonda. Non sempre il desiderio di vivere può trovare la gioia della sua affermazione. Non si ammala solo chi non vuole vivere. Si ammala anche chi vorrebbe vivere ancora. È una cattiva psicologia quella che vorrebbe sopprimere il carattere fatale del male. Quando un soggetto dichiara sconsolato che “è diventato troppo per me” o che “non ne posso più”, quando, esausto, dichiara la sua resa, chi può permettersi di giudicare la giusta misura di questa dichiarazione? Chi può permettersi di esigere che tutto quel dolore che ha reso quella vita incompatibile con la vita debba continuare sino a “morte naturale”? Nessuno di noi dovrebbe essere chiamato a giudicare, a correggere, a moralizzare, ma, casomai, ad ascoltare, a offrire uno spazio in cui la parola del soggetto sofferente trovi accoglienza, senza essere violata dalla nostra paura o dalle nostre convinzioni ideologiche.
L’atto della resa di chi chiede di poter morire non è mai un atto irresponsabile. È, piuttosto, la testimonianza estrema di una soggettività che non vuole essere ridotta a sopravvivere ad ogni costo. In quel “no!” a una vita divenuta simile alla morte, la vita rivela tutta la sua umanità. È quel “no!” che la vita solo animale, governata pienamente dall’istinto, non può mai pronunciare. È un “no!” alla vita divenuta morte. È un “no!” non nel nome della morte ma nel nome della vita che reclama sino all’ultimo respiro il diritto alla sua dignità. In gioco è l’assunzione del proprio limite, il riconoscimento che ogni esistenza è finita, esposta al male e al suo destino. Una civiltà matura non si misura solo dalla capacità di difendere la vita, ma anche da quella di accompagnarla nel suo congedo con dignità.