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Massimo Cacciari
"La compassione paradossale del Vangelo: l’esempio del buon samaritano e di Maria"
«Magari il cristianesimo fosse diventato un’etica praticata dagli uomini!», esclama Massimo Cacciari, che precisa subito: «Ma il cristianesimo è molto più di un’etica». Lo spunto di questa conversazione con il filosofo veneziano è stato offerto dal commento di Leone XIV alla parabola del buon samaritano durante la catechesi del 28 maggio scorso quando ha sottolineato che la vita è fatta di incontri che fanno emergere «quello che siamo». E lì non serve neanche l’essere religiosi, come evidenzia il testo del Vangelo di Luca che mostra il sacerdote e il levita che non provano compassione per la persona ferita lungo la strada. «La pratica del culto non porta automaticamente a essere compassionevoli», ha osservato Papa Prevost, «infatti, prima che una questione religiosa, la compassione è una questione di umanità! Prima di essere credenti, siamo chiamati a essere umani».
Non solo umani, aggiunge Cacciari, ma anche più che umani. E spiega: «La parabola parte dal tema del prossimo perché su questo tema era stato interrogato Gesù che risponde che il prossimo non è quello che ti sta accanto; il prossimo sei tu. La prossimità non è lo “stare vicini”, la compassione in questo senso è il tuo movimento, la tua dinamica con cui superando ogni ostacolo - e vediamo l’ostacolo che deve superare il samaritano - tu ti approssimi quanto più possibile fino a entrare nelle viscere dell’altro. Il termine greco per “misericordia” (éleos) significa proprio il rompere delle tue viscere. Le viscere si rompono, si muovono di fronte alla vista dell’altro a terra, massacrato».
Come in un flusso di coscienza le parole di Cacciari atterrano subito, naturalmente, con l’attualità più atroce: «Quando vedi i bambini di Gaza, se senti compassione nel senso letterale con cui è detto nella parabola del samaritano, vuol dire che le tue viscere vanno a pezzi come le sue. Non si tratta quindi di “sentirmi vicino” ma di approssimarmi a quell’uomo massacrato per strada, diventando un massacrato anch’io come lui, sentendomi massacrato come lui. Il resto è fare opere buone, il resto è portare gli aiuti umanitari a Gaza, portare da mangiare e bere, il che ovviamente va benissimo, è buonissimo, ma non è il senso radicale della parabola».
Questa radicalità non si esaurisce nella parabola ma anzi richiama la pagina più radicale del Vangelo. «Questo testo va letto insieme al discorso delle Beatitudini in cui troviamo la parola più paradossale e straordinaria che viene detta, anche rispetto al Primo Patto, all’Antico Testamento: amate i vostri nemici. Quello massacrato lì per strada infatti è “nemico”. Tu senti le tue viscere squarciarsi dal dolore dello stesso dolore che vedi nell’altro e quell’altro è il tuo nemico».
Il filosofo si sofferma sulla scandalosità delle parole di Gesù, oggi ma già allora e per tutti i secoli che ci distanziano da quando quelle parole sono state pronunciate: «Quelle parole sono sempre suonate scandalose e mai sono state vissute fino in fondo. Viene in mente san Francesco ma chi, quanti sono i cristiani che sono vissuti così?».
E qui non c’entra la religiosità ma la grazia. «Qui entra in campo la grazia per cui alcune persone riescono a essere come il samaritano. Ma così è come in tanti altri passi evangelici; e siccome abbiamo un Papa agostiniano posso permettermi di citare un’espressione famosa di Agostino nel commento al Vangelo di Giovanni: Ad hoc Deus vocat [...] Ne simus homines, a questo Dio ci chiama, a essere non umani ma più che umani. Non a un generico appello umanitario ma a quella compassione lì. Dopo di che, vorrei dire che magari avessimo almeno conservato un po’ di umanità. Tuttavia la parola di Gesù è paradossale anche in questo, ed è chiaro che se tu elimini la paradossalità del messaggio tu fai del cristianesimo un’etica. E magari fossimo tutti eticamente cristiani come lo era Kant, come lo sono stati in tanti! Ma sembra che abbiamo dimenticato anche questo».
Rimanere umani è diventato molto difficile ma ancora più arduo rispondere alla proposta esigente del Vangelo, che chiede di più. «Chiede di amare il nemico. Avere quella compassione per cui tu entri nel corpo dell’altro, questa empatia estrema. Che poi è Maria. La figura cristiana che incarna questa misericordia totale e gratuita di voler salvare è Maria. Proprio come il samaritano che non vuole fare altro che salvare, non giudica, salva. Quello che è il suo nemico, non lo giudica, lo salva. “Sono venuto a salvare non a giudicare”, come dice Gesù nel Vangelo di Giovanni. Tutto questo è paradossale, ma è il cristianesimo».
La mappa dei desideri
Un foglio bianco. È ciò che si sono trovati davanti gli studenti di un collega nelle ultime due ore di corso. Ha chiesto loro di farne ciò che volevano: chi ha disegnato, chi ha scritto, chi ha mescolato segni e parole… Voleva che sperimentassero l’ebbrezza e la paura della libertà: che cosa scegliamo di fare di fronte al vuoto?
«Vacanza» dal latino significa proprio «vuoto», uno spazio da riempire. Nessuno di loro ha lasciato il foglio bianco, dimostrando che la libertà non è lasciare tutte le possibilità aperte, ma è sfidare il vuoto e strappargli un significato. Così la loro libertà raccoglieva, in forma plastica, la sfida lanciata dall’approssimarsi del periodo delle vacanze: è impossibile non scegliere, ognuno di noi è chiamato a lasciare un segno sulla tela bianca della vita, perché scegliere definisce e compie la nostra identità.
Noto invece nei giovani una certa paura a prendere decisioni: siamo dominati da una libertà pigra e «autoimmune», ci si crede liberi quando si può scegliere tutto e se proprio si deve scegliere lo si fa in modo da poter tornare indietro. La libertà senza scelta è fuga dalla fatica e dall’ebbrezza che comporta impegnarla per ciò che vale. Quando Alessandro Magno bruciò le navi che avevano portato l’esercito davanti al ben più numeroso nemico, i suoi soldati, prima impauriti e pronti alla ritirata con quelle navi, sbaragliarono l’avversario: per tornare a casa si poteva solo avanzare.
Desideranti
Soltanto decidere impegna il desiderio e lo fa crescere. Decidere viene dal latino «tagliare», un tagliare fecondo che, vincolando il desiderio, lo libera dall’onnipotenza, dalla paura, dalla dispersione, che alla lunga lo spengono. Decidere è potare il desiderio e permettere alla sua linfa di concentrarsi nelle gemme migliori per dar frutto. Una vigna non potata, dopo aver prodotto un raccolto ricchissimo, diventa sterile. Così anche la nostra vita si spegne se non è incanalata dagli argini della scelta. Ma come scegliere?
Il collega ha raccontato ai suoi studenti di come Cesare, nel suo diario di guerra, descrive l’accampamento a fine battaglia: i soldati sopravvissuti, benché spossati, aspettano, nella notte, i compagni non ancora tornati.
Egli chiama coloro che attendono gli amici sotto le stelle: «desiderantes», i desideranti. Ai ragazzi ha chiesto di diventare tali, come? Riempiendo un’altra pagina con i loro desideri, disponendoli così come affioravano: li hanno strappati al foglio bianco con slancio. I desideri per viverli bisogna prima riconoscerli e pesarli. Allora ha chiesto di farne la mappa nella pagina accanto, affondare la testa nel cuore per stabilirne la gerarchia, ordinandoli in base alla profondità: in basso i più radicali salendo verso i più superficiali.
Hanno così scoperto che i desideri più profondi riguardano sempre anche le altre persone, ciò che possiamo essere e fare per il mondo, come i desideranti di Cesare. I desideri superficiali dipendono spesso da paure e attese, appaiono reali ma sono miraggi dettati dall’esterno e per contagio, dalla cultura a cui apparteniamo o dalle aspettative più o meno consapevoli degli altri: essere più belli, intelligenti, sicuri…
Questi desideri non impegnano la libertà rinnovandola, ma ne disperdono l’energia.
I desideri più profondi invece spingono da dentro, sono la linfa della nostra vendemmia, un destino che può trasformarsi in destinazione. Richiedono il coraggio della vera libertà e così ci liberano dalle illusioni di bene e dai miraggi di felicità.
Rimanere in viaggio
«Mi capita di dovermi inginocchiare di colpo davanti al mio letto, persino in una fredda notte d’inverno. Ascoltarsi dentro. Non lasciarsi guidare da ciò che si avvicina da fuori, ma da ciò che si innalza da dentro». Sono le parole del diario di Etty Hillesum, ragazza ebrea che invece di scappare dalla persecuzione nazista, matura la decisione di aiutare gli altri a rischio di morire, come le accadrà ad Auschwitz nel 1943.
Quello di Etty è un percorso graduale e coraggioso per abbracciare il desiderio più vero e profondo, il «desiderio vocazionale», la grande aspirazione, l’intuizione del proprio posto nel mondo, il segreto della felicità, qualunque sia la fatica da affrontare:
«È giusto sentirsi a volte confusi e disorientati e chiedersi di nuovo: lo vuoi davvero? E poi, ecco la paura gelida e l’incertezza e un sospiro per dire: mio Dio, bambina, in che cosa ti stai cacciando? Ma la certezza pian piano cresce. Sono diventata abbastanza matura per assumermi il mio «destino» e per smetterla di vivere una vita casuale. Avere un destino: non è più un sogno romantico o la ricerca dell’avventura, o un’infatuazione che spinge ad azioni folli e irresponsabili, ma è una serietà terribile e sacra, ed è così ardua e a un tempo così ineludibile».
I ragazzi diventano paurosi, apatici, storditi, rabbiosi, malati, perché non li aiutiamo a discernere i desideri profondi (dovremmo farlo prima noi). Li lasciamo in balia della dispersione e disperazione dei desideri superficiali e innocui per evitare fallimenti, sofferenze, cadute. Così eliminiamo il senso di avventura e pienezza implicito nella vera libertà, che decide di bruciare le navi.
Come dice Etty non si tratta di abbandonarsi ad azioni folli e romantiche, per essere ammirati, ma di maturare, cioè di non disperdersi: «Credo proprio di avere un regolatore interno. Un malumore mi avverte ogni volta che ho preso la strada sbagliata, e se continuo ad essere onesta e aperta, se conservo la mia volontà di diventare quella che dovrò essere e di fare ciò che la mia coscienza mi prescrive, in tempi come questi allora andrà tutto a posto».
La strada sbagliata impedisce il viaggio, che in inglese si dice «travel», da noi ne rimane traccia nella parola «travaglio»: il viaggio è un parto, generare chi siamo chiamati ad essere, la «diritta via» smarrita da Dante in apertura del suo poema. Il peccato non è la trasgressione di una regola, ma il tradimento di se stessi. «A te convien tenere altro viaggio» gli dice Virgilio: devi ancora partorirti.
Il tempo delle stagioni
In quelle due ore con il mio collega i ragazzi si sono sorpresi di fronte all’ordine del cuore, al peso dei desideri: volevano realizzare proprio quelli che avrebbero comportato più fatica e si sentivano già più liberi da quelli superficiali. Il desiderio è la linfa della vita umana, se non lo riduciamo a bisogni e piaceri, è slancio che consente di esplorare il mondo e integrare la resistenza che il mondo oppone: è il bambino nato dal travaglio.
Maturare ha una radice che indica l’arrivare al tempo giusto, la stessa di mattiniero, chi si alza per tempo. Né acerbo né marcio, maturo è chi rispetta il tempo delle stagioni, fedele alla chiamata che porta dentro, al dono che può fare di sé agli altri e al mondo. Per questo Agostino arriva a dire che pregare è prendere coscienza di ciò che Dio desidera in noi e attraverso di noi. La maturità si cela nel desiderio radicale, che chiama a partorirsi, a cambiare sé e il mondo da dentro verso fuori.
Ridimensionando i desideri superficiali, dettati da paure, aspettative, bisogni effimeri, possiamo provare ad abbracciare il desiderio radicale, che è linfa della vita e fa di noi un dono per il mondo: più ci impegna più rinnova lo slancio, perché è il modo in cui compiamo la nostra vita e quella altrui.
Il desiderio radicale dà frutto senza stancarsi, anzi si esalta, a differenza di quello superficiale che alla lunga stanca. Come Etty siamo chiamati a cose grandi, che si realizzano gradualmente, con la testa nel cuore e i piedi per terra. Siamo chiamati alla festa della vita compiuta.
È una follia odiare tutte le rose perché una spina ti ha punto, abbandonare tutti i sogni perché uno di loro non si è realizzato, rinunciare a tutti i tentativi perché uno è fallito.
È una follia condannare tutte le amicizie perché una ti ha tradito, non credere in nessun amore solo perché uno di loro è stato infedele, buttate via tutte le possibilità di essere felici solo perché qualcosa non è andato per il verso giusto.
Ci sarà sempre un’altra opportunità, un’altra amicizia, un altro amore, una nuova forza.
Per ogni fine c’è un nuovo inizio.
(dal Piccolo Principe)

"Anche oggi non sono pochi i contesti in cui la fede cristiana è ritenuta una cosa assurda, per persone deboli e poco intelligenti; contesti in cui ad essa si preferiscono altre sicurezze, come la tecnologia, il denaro, il successo, il potere, il piacere.
Si tratta di ambienti in cui non è facile testimoniare e annunciare il Vangelo e dove chi crede è deriso, osteggiato, disprezzato, o al massimo sopportato e compatito. Eppure, proprio per questo, sono luoghi in cui urge la missione, perché la mancanza di fede porta spesso con sé drammi quali la perdita del senso della vita, l’oblio della misericordia, la violazione della dignità della persona nelle sue forme più drammatiche, la crisi della famiglia e tante altre ferite di cui la nostra società soffre e non poco.
Anche oggi non mancano poi i contesti in cui Gesù, pur apprezzato come uomo, è ridotto solamente a una specie di leader carismatico o di superuomo, e ciò non solo tra i non credenti, ma anche tra molti battezzati, che finiscono così col vivere, a questo livello, in un ateismo di fatto".
Papa Leone XIV