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SEI TU ?
Giovanni è in carcere, ridotto al silenzio, eppure la sua domanda attraversa le sbarre, attraversa i secoli, attraversa perfino noi:
«Sei tu quello che deve venire, o dobbiamo aspettare qualcun altro?».
Non è solo la domanda di Giovanni, è la domanda di ogni essere umano quando la vita si fa stretta, quando le certezze vacillano, quando ciò che speravamo tarda ad arrivare.
È la voce di chi aspetta un segno, di chi non sa più se credere o smettere di farlo. È la voce di chi ha amato la giustizia e non ne vede il frutto, di chi ha creduto nel bene e ha ricevuto in cambio solitudine.
«Sei davvero tu, o ci siamo illusi? È questo il cambiamento, o dobbiamo ancora aspettare?».
E Gesù non risponde con un’idea, con una teoria, con uno slogan.
Dice solo: «Guardate. Ascoltate. I ciechi vedono. Gli zoppi camminano. I poveri ricevono una buona notizia. Il mondo, un pezzo di carne alla volta, ricomincia».
Il Vangelo diventa così verifica concreta. Non importa come tu chiami Dio o se non lo chiami affatto. La domanda è: « Lì dove passi, qualcuno torna a vivere? Là dove agisci, si apre uno spiraglio?
Dove parli, qualcuno riprende coraggio? Oppure tutto rimane com’era, più cinico e più amaro, più solo?».
La risposta di Gesù è un manifesto laico, umano, universale: sei credibile solo se fai rinascere ciò che tocchi.
Se la tua presenza non asciuga lacrime, non rialza caduti, non restituisce dignità, allora non stai cambiando nulla, perché il bene non è una dottrina, ma un effetto visibile, vero, concreto.
E poi quella frase tagliente: « Felice chi non si scandalizza di me».
Come dire: « Felice chi non si offende davanti a un bene troppo semplice, troppo materiale, tropo piccolo».
Noi preferiamo le grandi idee, i progetti epocali, le dichiarazioni roboanti, ma Lui comincia dagli ultimi, dai corpi feriti, dai reietti. Nessuna rivoluzione è credibile se non passa dalla concretezza.
Giovanni, in prigione, pone la sua domanda. Gesù risponde con un invito: «Guarda dove nasce la vita. Unisciti a quel movimento. Perché è lì che sto passando». E beato è chi non si scandalizza della cura, della giustizia, della comunità che si stringe attorno ai più deboli, beato chi si lascia trasformare dalle umili meraviglie più che dalle facili parole.
C’è solo da scegliere da che parte stare: dalla parte che vede, ascolta, restituisce vita. Andate e riferite. Lì mi riconoscerete.


Quanti secondi ci saranno voluti per pronunciare quelle parole?
Può bastare un attimo e da malfattore puoi diventare beato, da peccatore destinato all’inferno salti su in paradiso, come primo e sicuro “santo” di tutto il calendario.
Quei pochi secondi sono serviti al ladrone per “snocciolare” la sua vita. In quel momento, come in un film che va avanti veloce, egli intuisce che accanto ha un innocente, il Signore di un regno a lui sconosciuto, ma di cui ha improvvisamente avvertito il profumo.
Mentre tutti gli altri spettatori della morte di Gesù chiedono una dimostrazione di forza e di potenza, il ladrone lo chiama per nome: «Gesù, ricordati di me».
Sarà stato appena un sospiro, appena un sussurro tra lamenti, un soffio intriso di dolore e di rimpianti.
E mi domando, come ha fatto a riconoscere in quell’uomo che gli stava affianco, penzolante come lui da una croce, il Signore di un regno che prometteva ancora vita?
Come ha potuto intravedere la regalità in quel crocifisso nudo, inerme, deriso e spogliato perfino della dignità di uomo? «Io nel vedere quest’uomo che muore, madre ho imparato l’amore» gli fa cantare Fabrizio de André, come a dire che anche al limite estremo della vita, l’amore può cambiarti, addolcirti, salvarti.
E che quest’amore arriva improvviso e fulmineo, come una folata di vento, a patto di vederlo e di riconoscerlo. Anche sfigurato e nascosto in una vertigine di morte.
I veri re non sono quelli che si ammantano di trionfo e di splendore, con le medaglie sul petto e le corone d’oro sul capo.
Il regno di Dio è il chicco di senape, invisibile e modesto, ma destinato a far cantare gli uccelli che possono lì annidarsi tranquilli e sicuri. Il regno di Dio è un pugno di farina che misteriosamente lievita e fermenta, è un campo dove insieme crescono grano buono e zizzania
«Oggi, con me…» gli dice Gesù: riuscite ad immaginare gli occhi increduli e lucidi del ladrone guardarsi intorno nel paradiso? Riuscite a vedere quel ladrone che avanza sottobraccio all’Amico dell’ultima ora, anzi, dell’ultimo attimo, e che entra perplesso e meravigliato nel regno? Che emozione, che commozione. E allora venga il tuo regno, fatto per i piccoli e i poveri del mondo, intenso come tutte le lacrime e bello come il più bello tra i sogni.


Razza di vipere!
E sì che lui, uno che viveva nel deserto e vestiva di peli di cammello e si nutriva di cavallette, lui doveva conoscerle bene le vipere e ben sapeva come era facile, per vipere e serpenti vari, insinuarsi tra le sabbie e avvelenare il sangue.
Vipere che sono lì solo per mostrarsi, per mettere un ennesimo timbro sulla tessera di fedeli, per adempiere ad un altro vuoto rito, vuoto di cuore. Vuoto d’amore.
E se Giovanni oggi fosse qui, tra noi, a chiederci di allungare lo sguardo e dilatare il cuore per provare a scorgere il Dio che viene, chi oggi chiamerebbe vipere?
A chi rivolgerebbe il suo sguardo focoso per domandare se davvero qualcosa è cambiato nella vita?
Conversione è modificare il proprio punto di vista per mettere gli occhiali di Dio: un Dio che sogna lupi e agnelli che abitano insieme, leoni che mangiano paglia e bambini che giocano coi serpenti come fossero peluche.
Conversione è cambiare orizzonti e cancellare confini, è sognare con Dio una terra di giustizia dove saranno innalzati gli umili e rovesciati i potenti dai loro troni, dove non basta mostrare il certificato di battesimo “Abbiamo Abramo per padre…” per salvarsi.
“Dalle pietre nasceranno altri figli di Abramo”, e saranno i derelitti, i miseri che non hanno trovato accoglienza, i poveri che non sanno a chi votarsi, gli esclusi da ogni forma di potere: per loro è il regno di questo Dio che si avvicina, di questo Dio povero che sta venendo, povero, ma portatore di fuoco.
E dovremmo avere mani e braccia ustionate, dovremmo sentire in noi un cuore che brucia, degli occhi ardenti perché ormai Dio è vicino. Perché Dio ci ha infocati con il suo sogno. Ma temo purtroppo che anche questo sarà per noi uno dei tanti natali passati a vorticare tra luci e vetrine, nelle spasmodiche resse di acquisti e cenoni. E se incontrassimo Giovanni, casualmente, del tutto casualmente, forse neanche sentiremmo quel “razza di vipere” che ci griderebbe addosso. E Gesù neanche lo vedremmo, visto che non siamo frequentatori di grotte e dai poveri ci teniamo alla larga.
«Dio viene al centro della vita, non ai margini di essa» scriveva Bonhoeffer, proprio al centro, là dove scaturiscono i pensieri e le azioni, in quel nucleo potente, in quella radice che rende sogno e amore la vita.

Oggi Gesù entra nel tempio non come spettatore e neppure come un devoto distratto, ma come un figlio indignato, scandalizzato nel vedere la sua casa trasformata in un mercato.
Me lo immagino con lo sguardo che si accende e le mani che sferzano; improvvisi e potenti sono i suoi gesti: tavoli rovesciati, monete che rotolano a terra, colombe che volano via.
Potrebbe sembrare violenza cieca, ma è invece passione per ciò che è autentico e che è stato degradato.
Porta aria in quel tempio Gesù, porta il suo respiro puro, vero, originario: libera lo spazio sacro dalle logiche del calcolo; ribalta i nostri compromessi; ci ricorda che tutto ciò che è sacro non si compra e non si vende. È gratis, come l’amore del Padre.
Libera Dio dalle gabbie in cui lo abbiamo chiuso, anche la gabbia fatta dalle mura di un tempio, di una cattedrale, di una chiesa.
Dio è il vento che non si lascia intrappolare. E così le pietre diventano inutili, anche quelle che ci sono volute per costruire il tempio in tutto il suo splendore.
Basta un corpo, fragile e amato, fatto di carne e di storia. È quello il suo tempio, il nido in cui raggiungerlo; la porta del sacro è il luogo dove batte la vita con il suo pulsare, è quello lo spazio in cui incontrarsi.
Oggi Gesù ci rende custodi dell’intoccabile, dell’infinito: ci chiede di rovesciare i tavoli che ingombrano il nostro cuore, perché anche la nostra vita, il nostro cuore, la nostra società possono diventare un mercato dove tutto si compra e tutto si vende: affetti, amicizie, corpi ridotti a oggetti di scambio.
Il gesto di Gesù, quel suo scagliarsi contro, ci ricorda invece che c’è qualcosa di non negoziabile, che in noi esiste un luogo da difendere e da liberare. Un luogo dove il finito e l’infinito si toccano.
Sacro è tutto ciò che dovrebbe restare inviolabile: collocato, cioè, un po’ più in alto del resto delle cose, per fare in modo che non si sciupi, che non si degradi.
Solo così il nostro cuore diventa il vero tempio dove la vita viene rispettata, difesa, onorata. Celebrata.
«Nella vita, capite, non c’è gran scelta: o marcire o ardere». (J. Conrad).
