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Oggi Gesù entra nel tempio non come spettatore e neppure come un devoto distratto, ma come un figlio indignato, scandalizzato nel vedere la sua casa trasformata in un mercato.
Me lo immagino con lo sguardo che si accende e le mani che sferzano; improvvisi e potenti sono i suoi gesti: tavoli rovesciati, monete che rotolano a terra, colombe che volano via.
Potrebbe sembrare violenza cieca, ma è invece passione per ciò che è autentico e che è stato degradato.
Porta aria in quel tempio Gesù, porta il suo respiro puro, vero, originario: libera lo spazio sacro dalle logiche del calcolo; ribalta i nostri compromessi; ci ricorda che tutto ciò che è sacro non si compra e non si vende. È gratis, come l’amore del Padre.
Libera Dio dalle gabbie in cui lo abbiamo chiuso, anche la gabbia fatta dalle mura di un tempio, di una cattedrale, di una chiesa.
Dio è il vento che non si lascia intrappolare. E così le pietre diventano inutili, anche quelle che ci sono volute per costruire il tempio in tutto il suo splendore.
Basta un corpo, fragile e amato, fatto di carne e di storia. È quello il suo tempio, il nido in cui raggiungerlo; la porta del sacro è il luogo dove batte la vita con il suo pulsare, è quello lo spazio in cui incontrarsi.
Oggi Gesù ci rende custodi dell’intoccabile, dell’infinito: ci chiede di rovesciare i tavoli che ingombrano il nostro cuore, perché anche la nostra vita, il nostro cuore, la nostra società possono diventare un mercato dove tutto si compra e tutto si vende: affetti, amicizie, corpi ridotti a oggetti di scambio.
Il gesto di Gesù, quel suo scagliarsi contro, ci ricorda invece che c’è qualcosa di non negoziabile, che in noi esiste un luogo da difendere e da liberare. Un luogo dove il finito e l’infinito si toccano.
Sacro è tutto ciò che dovrebbe restare inviolabile: collocato, cioè, un po’ più in alto del resto delle cose, per fare in modo che non si sciupi, che non si degradi.
Solo così il nostro cuore diventa il vero tempio dove la vita viene rispettata, difesa, onorata. Celebrata.
«Nella vita, capite, non c’è gran scelta: o marcire o ardere». (J. Conrad).


Succede a volte che pregare sembra parlare al vuoto e la giustizia tarda e le forze mancano. Le parole sembrano inutili: nessuna risposta arriva, un silenzio ostinato, un muro che non si riesce a scavalcare. Dio sembra chiuso nei suoi cieli, lontano, inarrivabile, sordo al nostro grido. Succede.
Ed è difficile e doloroso continuare a pregarlo, ci sembra quasi la prova evidente della sua inesistenza, o del suo interessarsi ad altro.
La tentazione è quella del bambino che non ricevendo risposta al suo lamento decide di buttare tutto all’aria, di ammutolirsi nel suo dolore, convinto che non vale la pena continuare a gridare, a credere, a sperare.
Il Vangelo di oggi invece mi dice che sì, vale la pena: perché la mia voce conta. Perché il mio desiderio di vita non è inutile. Perché non sono invisibile.
La piccola vedova di cui ci racconta Gesù, la petulante donnina che non si arrende all’insensibilità del giudice, ci insegna a non abbandonare la lotta, a resistere anche quando la realtà sembra insormontabile. Ci insegna a credere all’impossibile. Ed il suo è un metodo infallibile: lavora ai fianchi il suo avversario, lo sfinisce con le sue richieste, lo infastidisce a tal punto che, pur di non averla più tra i piedi, il giudice alla fine l’accontenta. Per levarsela di torno.
È questa «una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai»: Gesù usa due avverbi di tempo, sempre e mai, per dire di un tempo che non finisce, che non ci sono scadenze; per farci intendere che la nostra preghiera, se davvero è preghiera, è un affacciarsi continuo su Dio, come un balcone sull’infinito, come una finestra aperta sul mare. Non ci vuole levare di torno, Lui, ma saperci vicini e sentirsi amato.
E il vangelo si conclude con una domanda che ci scuote: «Troverà la fede sulla terra?». Non chiede se troverà risultati, ma fiducia. La fede che il Signore cerca è quella della vedova: piccola, testarda, umilmente tenace, la fede che alza lo sguardo, che non si lascia rubare la preghiera che è il suo pezzo di infinito. Lui non tarderà: verrà, e quando verrà troverà in noi un piccolo fuoco ancora acceso, che basta ad illuminare la notte.
«A forza di insistere – scrive Erri De Luca – Dio è costretto a esistere, a forza di preghiere si forma il suo orecchio, a forza di allegria spunta il suo sorriso».

SONO QUESTI I TUOI SANTI
E dunque, Signore,
non guardare ai nostri peccati,
ai nostri quotidiani tradimenti,
a tutte queste viltà segrete e palesi,
ma guarda alla fede di tutti i giusti della terra:
ai giusti di qualunque religione e fede,
ai giusti senza nome, silenziosi e umili,
uomini e donne di cui nessuno
ha mai avvertito che neppure esistessero
e invece il loro nome era scritto sul tuo Libro:
gente che incontravamo per via
e neppure salutavamo,
e loro invece ti salutavano
e pregavano per te e tu non sapevi:
qualcuno che abitava in periferia,
altri, nei campi, gente del deserto:
il portinaio di qualche monastero,
una madre, la quale ha solamente dato,
e un altro che è riuscito a perdonare.
Signore, sono costoro che ti rendono gloria
a nome dell’intero creato,
a nome di tutto il genere umano:
moltitudine che mai nessuno riesce a numerare:
Signore, guarda a tutti coloro
che non sanno neppure se esisti
e chi sia il tuo Cristo (forse per causa nostra)
e invece sono vissuti per la giustizia
e la verità e la libertà e l’amore…
per queste cose hanno attraversato
il mare della grande tribolazione:
hanno subito chi la deportazione e l’esilio,
chi le feroci torture e il lungo carcere;
e altri sono stati fatti sparire
come se non fossero mai esistiti
sulla faccia della terra:
bambini, donne e sacerdoti,
e molti, moltissimi uomini del sindacato;
e altri che hanno sopportato
ogni avvilimento e disprezzo
e oblio perfino dalle proprie chiese:
sono essi i tuoi santi
che ora compongono la “mistica rosa”
del tuo paradiso,
uomini e donne a te carissimi
fra gli stessi santi dei nostri calendari:
sono loro a comporre anche la tua gioia,
la grande festa nei cieli.
Amen.
