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Dio entra nella storia, in un mondo di silenzio, di sogno: nel grembo di una donna e nel cuore di un uomo. In quel cuore di Giuseppe che si fa anch’esso culla accogliente.
No, Dio non irrompe con potenza, non squarcia i cieli con fragore, ma si fa spazio nella fragilità, nel dubbio, nel silenzio, nella notte.
Giuseppe e Maria avevano un futuro davanti, un sogno di vita insieme, progetti come tutti i fidanzati che stanno per sposarsi, quando improvvisamente tutto sembra crollare.
C’è il turbamento, c’è la crisi, il dolore di chi si sente ferito, che non capisce, che non sa, ma ama lo stesso. Giuseppe è il giusto perché, davanti al mistero, non parla, custodisce.
Dio parla soltanto dove l’uomo tace: nelle pause, nei vuoti, negli interstizi del rumore nasce il divino.
Così Dio entra nel sogno di Giuseppe, cioè nella sua parte più profonda, lì dove non si finge, ma soprattutto parla a chi è disposto a sognare.
E Giuseppe, uomo concreto, uomo di mani e di legno, scopre nella notte che il sogno di Dio è più vivo e reale del suo. Non avrà spiegazioni, ma un invito: «Non temere di prendere con te Maria». Non temere di accogliere ciò che non capisci, di amare ciò che ti spaventa, di entrare nel mistero. Non temere la lentezza di Dio, non temere il buio o i passaggi che non capisci. Ogni nostro passo incerto nella fede inizia con queste parole: «Non temere». Nel silenzio e nella notte Dio tesse la sua vicinanza.
Giuseppe non pronuncia una sola parola nei Vangeli, eppure la sua vita è tutta una risposta.
Giuseppe non ha ricevuto risposte, non ha capito tutto, ma crede alla parola che ha ascoltato, perché sa che quando Dio parla la vita può ricominciare anche dalle macerie, anche quando tutto sembra perduto. E questo Dio non verrà da lontano, ma è già qui: ogni volta che accogliamo la vita, l’altro, il mistero, Dio torna ad essere l’Emmanuele, il Dio con noi. Non contro di noi, non sopra di noi, ma con noi nella carne, nella fatica, nel dubbio, Lui si avvicina senza far rumore.

Razza di vipere!
E sì che lui, uno che viveva nel deserto e vestiva di peli di cammello e si nutriva di cavallette, lui doveva conoscerle bene le vipere e ben sapeva come era facile, per vipere e serpenti vari, insinuarsi tra le sabbie e avvelenare il sangue.
Vipere che sono lì solo per mostrarsi, per mettere un ennesimo timbro sulla tessera di fedeli, per adempiere ad un altro vuoto rito, vuoto di cuore. Vuoto d’amore.
E se Giovanni oggi fosse qui, tra noi, a chiederci di allungare lo sguardo e dilatare il cuore per provare a scorgere il Dio che viene, chi oggi chiamerebbe vipere?
A chi rivolgerebbe il suo sguardo focoso per domandare se davvero qualcosa è cambiato nella vita?
Conversione è modificare il proprio punto di vista per mettere gli occhiali di Dio: un Dio che sogna lupi e agnelli che abitano insieme, leoni che mangiano paglia e bambini che giocano coi serpenti come fossero peluche.
Conversione è cambiare orizzonti e cancellare confini, è sognare con Dio una terra di giustizia dove saranno innalzati gli umili e rovesciati i potenti dai loro troni, dove non basta mostrare il certificato di battesimo “Abbiamo Abramo per padre…” per salvarsi.
“Dalle pietre nasceranno altri figli di Abramo”, e saranno i derelitti, i miseri che non hanno trovato accoglienza, i poveri che non sanno a chi votarsi, gli esclusi da ogni forma di potere: per loro è il regno di questo Dio che si avvicina, di questo Dio povero che sta venendo, povero, ma portatore di fuoco.
E dovremmo avere mani e braccia ustionate, dovremmo sentire in noi un cuore che brucia, degli occhi ardenti perché ormai Dio è vicino. Perché Dio ci ha infocati con il suo sogno. Ma temo purtroppo che anche questo sarà per noi uno dei tanti natali passati a vorticare tra luci e vetrine, nelle spasmodiche resse di acquisti e cenoni. E se incontrassimo Giovanni, casualmente, del tutto casualmente, forse neanche sentiremmo quel “razza di vipere” che ci griderebbe addosso. E Gesù neanche lo vedremmo, visto che non siamo frequentatori di grotte e dai poveri ci teniamo alla larga.
«Dio viene al centro della vita, non ai margini di essa» scriveva Bonhoeffer, proprio al centro, là dove scaturiscono i pensieri e le azioni, in quel nucleo potente, in quella radice che rende sogno e amore la vita.

SEI TU ?
Giovanni è in carcere, ridotto al silenzio, eppure la sua domanda attraversa le sbarre, attraversa i secoli, attraversa perfino noi:
«Sei tu quello che deve venire, o dobbiamo aspettare qualcun altro?».
Non è solo la domanda di Giovanni, è la domanda di ogni essere umano quando la vita si fa stretta, quando le certezze vacillano, quando ciò che speravamo tarda ad arrivare.
È la voce di chi aspetta un segno, di chi non sa più se credere o smettere di farlo. È la voce di chi ha amato la giustizia e non ne vede il frutto, di chi ha creduto nel bene e ha ricevuto in cambio solitudine.
«Sei davvero tu, o ci siamo illusi? È questo il cambiamento, o dobbiamo ancora aspettare?».
E Gesù non risponde con un’idea, con una teoria, con uno slogan.
Dice solo: «Guardate. Ascoltate. I ciechi vedono. Gli zoppi camminano. I poveri ricevono una buona notizia. Il mondo, un pezzo di carne alla volta, ricomincia».
Il Vangelo diventa così verifica concreta. Non importa come tu chiami Dio o se non lo chiami affatto. La domanda è: « Lì dove passi, qualcuno torna a vivere? Là dove agisci, si apre uno spiraglio?
Dove parli, qualcuno riprende coraggio? Oppure tutto rimane com’era, più cinico e più amaro, più solo?».
La risposta di Gesù è un manifesto laico, umano, universale: sei credibile solo se fai rinascere ciò che tocchi.
Se la tua presenza non asciuga lacrime, non rialza caduti, non restituisce dignità, allora non stai cambiando nulla, perché il bene non è una dottrina, ma un effetto visibile, vero, concreto.
E poi quella frase tagliente: « Felice chi non si scandalizza di me».
Come dire: « Felice chi non si offende davanti a un bene troppo semplice, troppo materiale, tropo piccolo».
Noi preferiamo le grandi idee, i progetti epocali, le dichiarazioni roboanti, ma Lui comincia dagli ultimi, dai corpi feriti, dai reietti. Nessuna rivoluzione è credibile se non passa dalla concretezza.
Giovanni, in prigione, pone la sua domanda. Gesù risponde con un invito: «Guarda dove nasce la vita. Unisciti a quel movimento. Perché è lì che sto passando». E beato è chi non si scandalizza della cura, della giustizia, della comunità che si stringe attorno ai più deboli, beato chi si lascia trasformare dalle umili meraviglie più che dalle facili parole.
C’è solo da scegliere da che parte stare: dalla parte che vede, ascolta, restituisce vita. Andate e riferite. Lì mi riconoscerete.


Quanti secondi ci saranno voluti per pronunciare quelle parole?
Può bastare un attimo e da malfattore puoi diventare beato, da peccatore destinato all’inferno salti su in paradiso, come primo e sicuro “santo” di tutto il calendario.
Quei pochi secondi sono serviti al ladrone per “snocciolare” la sua vita. In quel momento, come in un film che va avanti veloce, egli intuisce che accanto ha un innocente, il Signore di un regno a lui sconosciuto, ma di cui ha improvvisamente avvertito il profumo.
Mentre tutti gli altri spettatori della morte di Gesù chiedono una dimostrazione di forza e di potenza, il ladrone lo chiama per nome: «Gesù, ricordati di me».
Sarà stato appena un sospiro, appena un sussurro tra lamenti, un soffio intriso di dolore e di rimpianti.
E mi domando, come ha fatto a riconoscere in quell’uomo che gli stava affianco, penzolante come lui da una croce, il Signore di un regno che prometteva ancora vita?
Come ha potuto intravedere la regalità in quel crocifisso nudo, inerme, deriso e spogliato perfino della dignità di uomo? «Io nel vedere quest’uomo che muore, madre ho imparato l’amore» gli fa cantare Fabrizio de André, come a dire che anche al limite estremo della vita, l’amore può cambiarti, addolcirti, salvarti.
E che quest’amore arriva improvviso e fulmineo, come una folata di vento, a patto di vederlo e di riconoscerlo. Anche sfigurato e nascosto in una vertigine di morte.
I veri re non sono quelli che si ammantano di trionfo e di splendore, con le medaglie sul petto e le corone d’oro sul capo.
Il regno di Dio è il chicco di senape, invisibile e modesto, ma destinato a far cantare gli uccelli che possono lì annidarsi tranquilli e sicuri. Il regno di Dio è un pugno di farina che misteriosamente lievita e fermenta, è un campo dove insieme crescono grano buono e zizzania
«Oggi, con me…» gli dice Gesù: riuscite ad immaginare gli occhi increduli e lucidi del ladrone guardarsi intorno nel paradiso? Riuscite a vedere quel ladrone che avanza sottobraccio all’Amico dell’ultima ora, anzi, dell’ultimo attimo, e che entra perplesso e meravigliato nel regno? Che emozione, che commozione. E allora venga il tuo regno, fatto per i piccoli e i poveri del mondo, intenso come tutte le lacrime e bello come il più bello tra i sogni.
