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Appena entrati nel tempo di Quaresima il racconto della Trasfigurazione ci fa intravedere verso dove stiamo andando, la nostra meta, l’orizzonte vicino.
E che importa se tutto ancora deve accadere, che importa come e quando accadrà e se ci saranno nubi o tempeste a incuterci paura: ora lo sappiamo cosa ci attende.
Non domani, non nell’aldilà: ma se saremo capaci di ascoltare, di spiare nel fragore la Sua voce, di scovare nel silenzio la Sua presenza.
Ma non possiamo pretendere che tutto ciò succeda nelle frenesie della nostra vita, quando siamo distratti o concentrati solo sui problemi e le difficoltà o sulle monotone incombenze: anche noi, come Gesù, dobbiamo “salire sul monte” e cercare e pregare, che è un modo di cercarlo, l’infinito.
E magari ci sarà un attimo, sempre troppo breve, in cui saremo raggiunti e sommersi da questo infinito e ci sembrerà di sognare o di volare in questo bagno di luce.
Troppo bello per essere vero, così bello da chiedere che non finisca mai, da accucciarsi in quel benessere insperato e appagante.
Capita anche a noi, quando qualcosa o qualcuno ci raggiunge nel profondo delle nostre fibre, quando la bellezza di un momento ci trafigge, di desiderare di prolungare quel momento all’infinito.
E invece, anche per noi, come per i tre apostoli, arrivano le nubi, le incertezze, i brividi che ci fanno dubitare: che succede?
Si stava così bene, scompare la luce, c’è solo nebbia: ora ho paura.
Non vedo niente, ma una voce mi rassicura: l’amore non finisce, devo riuscire ad afferrarlo, Lui è qua.
Allora atterro planando sulle solite cose impolverate, con un buco di nostalgia nel cuore: non è stato un sogno, ora lo so, devo tenere ben aperti occhi e orecchie.
Perché a volte anche un granello di polvere improvvisamente brilla e si riempie di luce e per oggi mi basta.

Sì, certo: se potessi tramutare tutte le pietre in pane risolverei ogni problema ed eliminerei così la fame dalla terra;
e se possedessi tutti i regni del mondo allora chiaramente sterminerei i cattivi e lascerei vivere solo le brave persone;
e se potessi ordinare a Dio tutto ciò che deve fare al momento giusto, allora certo tutti cadrebbero in ginocchio e mi adorerebbero.
Che vita facile con un Dio così, un Dio pronto a risolvere i problemi personali, politici e religiosi di ognuno; e quanto sarebbe stata più facile anche la vita di Gesù, accompagnata dalla potenza sfarzosa di questi segni.
Ma il Dio che ci ha portato Gesù non è così: difficile per noi accettare un Dio povero, un Dio che non provvede ai bisogni dell’uomo seguendo le nostre logiche così umane, troppo umane, quasi diaboliche.
Lui, come noi, che soffrì il morso di tutte le tentazioni, Lui come noi che ebbe fame nel deserto e paura davanti alla morte.
La tentazione è sempre una questione di scelta, una scelta tra due amori o tra due strade: la scorciatoia facile della arroganza sugli altri e sulle cose
e quella invece della vita da figlio, che riceve e condivide, che ringrazia e ama, che sa che può fidarsi, sempre.
Per questo è sconcertante Gesù, per noi che pensiamo di trionfare solo vincendo, per noi che ci difendiamo solo aggredendo, per noi che continuiamo a sognare un Dio che non somiglia agli uomini e alle donne di ogni tempo.

Giubileo 2025:
vino nuovo in otri vecchi?
di: Beppe Manni
Nell’antica legislazione ebraica era prevista l’istituzione di un anno sabbatico (ogni sette anni) e un anno giubilare, da celebrare dopo sette cicli di sette anni, cioè ogni 50 anni.
Questa legislazione consisteva in una serie di norme (riassunte principalmente in Levitico 25), soprattutto di carattere sociale, tra le quali quelle di lasciare riposare la terra non coltivandola, di condonare i debiti e di lasciare liberi gli schiavi e i prigionieri per debiti, consentendo loro di rientrare in possesso dei propri beni.
Non risulta che queste norme siano mai state applicate, tuttavia volevano rappresentare insegnamenti importanti, innanzitutto che la terra è di Dio e così la vita e la libertà sono suoi doni e che è sempre possibile ricominciare una vita nuova. E quindi infondere fiducia e speranza.
Anche Gesù inaugura la sua missione riprendendo l’antica profezia di Isaia: portare la liberazione a tutti gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore (Lc 4,16-21). Nel Padre nostro si prega così «Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12) e Zaccheo promette a Gesù «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e, se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto» (Lc 19,48).
La prassi delle indulgenze
In epoca medioevale, l’idea di un giubileo è stata ripresa dalla Chiesa cattolica e tenuta viva fino a oggi.
Nella bolla di indizione del Giubileo della Speranza 2025 ci sono molte indicazioni positive che esortano i cristiani a seminare speranza andando tra la gente in difficoltà con un occhio particolare per i giovani e per i poveri.
Papa Francesco, chiedendoci se «è troppo sognare che le armi tacciano e smettano di portare distruzione e morte», ci chiama a riscoprire la speranza nei segni dei tempi, traducendola innanzitutto «in pace per il mondo». Rivolgendosi quindi a chi detiene il potere, il papa propone, ancora una volta, di ridurre l’enorme quantità di denaro investita nelle guerre e destinarla allo sviluppo delle nazioni povere e per la difesa della natura.
Ancora: che vengano condonati i debiti dei paesi poveri, che si facciano atti clemenza per i prigionieri e, infine, si chiede l’abolizione della pena di morte. Purtroppo, è facile immaginare come queste reiterate richieste ai poteri politici ed economici cadranno nel vuoto, inascoltate e destinate a restare senza conseguenze. Ma è il messaggio rivolto ai semplici fedeli che suscita in noi maggiori riserve: molto incentrato sulle pratiche tradizionali di carattere prevalentemente devozionistico e individualistico.
Soprattutto se queste pratiche si concentrano a Roma, esposte a tutti i rischi di un turismo religioso di massa. È proprio difficile immaginare come lo spirito di rinnovamento, il cammino sinodale, l’esperienza viva dei cristiani impegnati in tanti campi, possano trovare spazio in questo vecchio modello ecclesiale. Appunto, sarebbe come mettere il vino nuovo in otri vecchi!
Ancora, accanto a belle parole e buoni propositi, non si può non esprimere sconcerto di fronte al persistere della prassi delle indulgenze. Infatti, nella bolla papale che indice l’Anno Santo vengono stabilite precise norme che i fedeli sono tenuti a seguire per ottenere le indulgenze. Leggiamo fra l’altro: «Durante il Giubileo Ordinario del 2025 … Tutti i fedeli veramente pentiti, escludendo qualsiasi affetto al peccato (cf. Enchiridion Indulgentiarum, IV ed., norm. 20, § 1) e mossi da spirito di carità e che, nel corso dell’Anno Santo, purificati attraverso il sacramento della penitenza e ristorati dalla Santa Comunione, pregheranno secondo le intenzioni del Sommo Pontefice, dal tesoro della Chiesa potranno conseguire pienissima Indulgenza, remissione e perdono dei loro peccati, da potersi applicare alle anime del Purgatorio in forma di suffragio».
Come si vede, è un linguaggio di altri tempi, figlio di un regime di cristianità ormai superata, almeno nel nostro mondo occidentale. La questione delle indulgenze, oltre a essere anacronistica, ha anche una pesante ricaduta a livello ecumenico.
È nota la violenta polemica di Lutero e di tutte le Chiese della Riforma nei confronti di questa prassi, giudicata in contrasto con le Scritture. E tutto questo dopo 500 anni dalla Riforma e dopo il faticoso ma fecondo cammino ecumenico che ha portato nel 1997 a un’importante dichiarazione congiunta sulla «dottrina della giustificazione» tra la Chiesa cattolica e le principali confessioni protestanti.
Una volta affermato che Dio perdona sempre e perdona tutti (e il papa lo dice continuamente), che senso ha legare questo perdono in modo speciale al Giubileo?
È mancato il coraggio di mettere in sordina tale questione. Il rischio infatti è quello di perpetuare un grave equivoco, di pensare, cioè, che le buone pratiche suggerite servano per ottenere appunto quel perdono che ci è già stato donato. È certamente giusto invitare i cristiani alla penitenza, che però non può essere a buon mercato e risolversi visitando le quattro basiliche, attraversare porte, compiere pellegrinaggi e poco più.
Carcere e migranti
Quanto è più vicina allo spirito del Vangelo la parte in cui il papa esorta a una conversione fattiva, con appelli a coinvolgere sempre più singoli e comunità a moltiplicare gesti concreti di solidarietà con i più poveri, di perdono e di riconciliazione!
Due in particolare ci sembrano i luoghi oggi brucianti verso cui indirizzare la nostra conversione: il carcere e la condizione dei migranti.
Spesso noi cristiani, come singoli e come comunità, restiamo indifferenti alle condizioni di grande sofferenza di tanti detenuti, ne sappiamo poco, oppure pensiamo che non possiamo farci niente. È vero che la competenza è della politica e delle istituzioni, ma è anche vero che singolarmente e collettivamente possiamo fare qualcosa. Per esempio, sostenere le forme di volontariato che già esistono o provare a inventare modalità nuove per affrontare il tema della pena, che tenga conto anche della sofferenza delle vittime e del futuro reinserimento della persona detenuta nella società. Si può fare pressione sugli organi competenti e contribuire a rompere il muro che separa i carcerati dalla società.
La conversione nei confronti dei migranti è forse ancora più difficile ma necessaria. Dobbiamo aiutarci a superare i pregiudizi e guardare i loro volti, fare nostre le loro speranze, considerare le enormi sofferenze di molti di loro e cambiare il nostro sguardo.
Dobbiamo essere consapevoli che si tratta di un problema epocale che è anche un segno di contraddizione, una vera e propria pietra di inciampo per la nostra società “cristiana”. Da come riusciremo ad affrontarlo nei suoi mille aspetti, dalle risposte che riusciremo a dare a livello politico ma anche culturale, come società e come Chiese, dipenderà in buona parte il nostro futuro.
Infine, noi pensiamo che l’istituzione Chiesa, mentre invita i fedeli alla penitenza, debba a sua volta offrire concreti segni di conversione delle proprie strutture. Per fare solo un esempio, ci possiamo riferire concretamente ai gravi disagi provocati a molti abitanti di Roma a causa dei lavori per la preparazione del Giubileo: sgomberi forzati di molti senza tetto, sfratti di intere famiglie per far posto a locazioni turistiche, caro affitti insostenibile per studenti, lavoratori poveri e anziani.
A queste situazioni né le istituzioni pubbliche né quelle religiose hanno dato risposte sufficienti. Il patrimonio edilizio della Chiesa cattolica a Roma (Vaticano, parrocchie, ordini e istituti religiosi…) ci risulta a tutt’oggi imponente: ci chiediamo se davvero è stato fatto tutto il necessario per alleviare questo disagio abitativo. Oppure si è preferito lasciare al mercato e alla speculazione il compito di regolare queste situazioni?
Tuttavia, non bisogna mai perdere la speranza, personale e collettiva, come sempre ci esorta il papa. Infatti la bolla pontificia che indìce il giubileo ha come titolo Spes non confundit, cioè «la speranza non sarà delusa».
Ci auguriamo, quindi, che la fiducia e la speranza ci accompagnino in questo nostro pellegrinaggio anche interiore e che il Giubileo possa essere un’occasione perché si aprano tante altre porte sante che portino luce e aria nuova nella Chiesa e in tutto il mondo. (Comunità Cristiana di base del Villaggio Artigiano – Modena)
Umberto Galimberti
“La morte: una riflessione intima e universale”
Parlare della morte non è mai facile. Non è facile per chi scrive, per chi legge e, soprattutto, per chi si trova a fare esperienza della sua imminenza. Eppure, la morte è ciò che più di ogni altra cosa definisce la vita. Come un pittore che traccia il contorno di un quadro per dare forma al suo contenuto, la morte è la cornice inevitabile entro cui si svolge il nostro esistere.
Non è un caso che le culture, le religioni, le filosofie di ogni tempo abbiano dedicato riflessioni profonde a questo mistero ineludibile. La morte è l’unico evento che accomuna ogni essere umano, indipendentemente da razza, credo, classe sociale o epoca storica. Eppure, per quanto universale, rimane l’esperienza più intima e personale che possiamo immaginare. Nessuno può morire al nostro posto, così come nessuno può vivere la nostra vita al posto nostro.
Quando penso alla morte, mi viene in mente un concetto fondamentale: è il limite ultimo, ma anche l’orizzonte che dà senso a tutto ciò che facciamo. Senza la morte, la vita sarebbe un flusso continuo e ininterrotto, privo di direzione, privo di scopo. Come potremmo dare valore a un giorno, a un amore, a una parola, se non avessimo la consapevolezza che il tempo è limitato? Il filosofo tedesco Martin Heidegger parlava della morte come del “possibile impossibile”: un evento certo nella sua realtà, ma inafferrabile nella sua essenza. La morte non è semplicemente qualcosa che accade alla fine della vita; è una presenza costante, un richiamo che ci invita a vivere autenticamente.
La società contemporanea, però, sembra aver messo la morte da parte. La rimuove, la nasconde, la esorcizza. Nei secoli passati, la morte era parte integrante della vita quotidiana. Si moriva in casa, circondati dai propri cari, e i riti funebri erano un momento comunitario di riflessione e di elaborazione. Oggi, invece, la morte è relegata agli ospedali, alle case di cura, ai luoghi dove possiamo tenerla lontana dalla vista. È diventata un tabù, qualcosa di cui è meglio non parlare per non disturbare la nostra tranquillità.
Questa rimozione, però, ha un costo altissimo. Privandoci della consapevolezza della morte, perdiamo anche una parte fondamentale della vita. La psicoanalisi ci insegna che ciò che reprimiamo non scompare, ma si manifesta in altre forme, spesso patologiche. La nostra società, ossessionata dalla giovinezza e dal benessere, manifesta una paura profonda della morte attraverso la ricerca ossessiva dell’eterna bellezza, dell’eterna salute, dell’eterna felicità. Ma questo non è altro che un tentativo vano di sfuggire a ciò che è inevitabile.
Quando rifletto sulla morte, mi chiedo: come possiamo imparare a convivere con questa presenza inevitabile? Come possiamo trasformarla da nemica a compagna di viaggio? La risposta, credo, sta nel cambiare prospettiva. Non dobbiamo vedere la morte come una fine, ma come una trasformazione. In molte tradizioni spirituali, la morte non è la cessazione dell’esistenza, ma un passaggio a una nuova forma di essere. Anche se non condividiamo queste credenze, possiamo comunque riconoscere che la morte, nel suo essere limite, è anche un invito a vivere pienamente.
Vivere pienamente significa accettare la nostra finitudine, riconoscere che ogni momento è unico e irripetibile. Significa abbracciare la vulnerabilità, la fragilità, la bellezza effimera della vita. Significa, soprattutto, imparare a lasciar andare. La morte non è solo la fine della vita biologica; è anche il simbolo di tutti i piccoli addii che dobbiamo affrontare nel corso della nostra esistenza. Ogni cambiamento, ogni perdita, ogni transizione è una piccola morte. E, proprio come la morte finale, anche queste piccole morti ci insegnano qualcosa di fondamentale: il valore dell’impermanenza.
Non possiamo controllare la morte, così come non possiamo controllare molte altre cose nella vita. Ma possiamo scegliere come rispondere alla sua presenza. Possiamo viverla con paura, cercando di evitarla a tutti i costi, o possiamo accoglierla come parte del grande mistero dell’esistenza. Personalmente, credo che la seconda strada sia quella che ci permette di vivere con più serenità, con più autenticità.
In definitiva, la morte è un tema che ci interroga profondamente, che ci mette di fronte alle domande più essenziali: chi siamo? Che senso ha la nostra vita? Come vogliamo spenderla? Non ci sono risposte definitive a queste domande, ma il solo fatto di porselo è già un atto di grande umanità. Forse, allora, la morte non è il nemico che crediamo.
Forse è solo uno specchio, che ci riflette la verità più profonda della nostra condizione: siamo esseri finiti, ma proprio per questo capaci di infinito. E questa, alla fine, è la vera meraviglia della vita.