
Telefono: 0461-922591
Cellulare: 347-4241142
Email: zatelli.lino@gmail.com
“Fintanto che il Giubileo si risolve con una pratica religiosa è bene accolto da tutti, ma quando esige un cambiamento di vita”... ( biblista Alberto Maggi )

Se quando ci chiedono cos’è il Giubileo rispondiamo che è un corno, abbiamo risposto giusto. Infatti, “giubileo”, deriva da un termine ebraico (Yobel)che indica il corno (di montone) al suono del quale s’inaugurava un tempo particolarmente santo (Lv 25,9). La motivazione che sta alla base del Giubileo è la volontà del Signore che in mezzo al suo popolo “non vi sia alcun bisognoso” (Dt 15,4).
Per impedire che qualcuno finisse definitivamente in situazioni di povertà, si stabilì che ogni sette anni tutti i debiti fossero cancellati (Dt 15,1-11). Inoltre, ogni quarantanove anni, fu stabilito un cinquantesimo anno in cui non si sarebbe né seminato né raccolto, e ogni proprietà doveva ritornare al suo proprietario originario (Lv 25,8-17). Entrambe le leggi, del settimo e del cinquantesimo anno, si rivelarono subito inefficaci e inapplicabili. Infatti, la legge del condono dei debiti, da provvedimento a favore dei poveri, si era ritorta contro le categorie più disagiate, poiché nessuno prestava denaro se non aveva la certezza che gli sarebbe stato restituito entro il settimo anno. E la legge del Giubileo ogni cinquanta anni, era talmente utopica che rimase una pia intenzione e non fu mai realizzata. Ideato per evitare che nel popolo ci fossero bisognosi, l’applicazione del Giubileo avrebbe ridotto alla povertà l’intero popolo. Infatti, se ogni 49° e 50° anno non si poteva né seminare né raccogliere, la carestia era garantita, e bisognoso sarebbe diventato tutto Israele.
Nonostante questo, l’ideale del Giubileo, come anno in cui il Signore avrebbe ristabilito la giustizia, rimase vivo nel popolo, e venne proclamato da Gesù nella sinagoga di Nazaret. Qui Gesù annunciò “l’anno di grazia del Signore”, e affermò che il tempo nel quale ognuno avrebbe sperimentato l’amore di Dio non sarebbe stato ogni cinquanta anni, ma che ogni giorno sarebbe stato tempo di liberazione: “Oggi questa Scrittura si è compiuta in voi che ascoltate” (Lc 4,21). I presenti nella sinagoga però non gradirono l’annuncio dell’attuazione di questo anno giubilare. Fintanto che il Giubileo restava una legge utopica andava bene a tutti, ma quando Gesù ne annunciò la sua immediata realizzazione, tutti gli si rivoltarono contro: “All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio” (Lc 4,29). Gesù, venuto a realizzare la volontà del Padre suo, non viene meno al suo proposito, e continua a proporre la realtà del Giubileo rendendolo caratteristica visibile della comunità del regno di Dio.
Per questo, nel Padre nostro, formula con la quale la comunità si impegna ad accettare le Beatitudini, Gesù rende quotidiano il Giubileo con la richiesta: “Condona i nostri debiti come noi li abbiamo cancellati ai nostri debitori” (Mt 6,12). Gesù non parla di peccati, ma ha scelto il termine debiti, che va al di là della trasgressione di precetti o comandamenti. Mentre è possibile perdonare le colpe e restare in possesso dei propri averi, il condono dei debiti esige la rinuncia a questi. Mentre “peccato” è un vocabolo appartenente alla sfera religiosa e si richiama a una norma trasgredita, “debito” è un termine riguardante concretamente il campo economico e figuratamente le relazioni interpersonali (essere in debito di qualcosa). Il debito nei confronti di Dio si deve al fatto che l’uomo veniva considerato debitore verso il Signore per i beni della creazione. Dio non pretendeva l’impossibile pagamento di questo debito, ma chiedeva che gli uomini si rendessero conto di essergli debitori per avere o stesso comportamento umano e solidale verso i loro debitori. Il condono di questo debito infatti viene dal Padre concesso unicamente in base alla sua misericordia, e non è condizionato da alcun tipo di prestazione umana. Il condono agli altri deve essere una conseguenza del condono del Padre.
Gesù, pertanto, scegliendo il termine “debiti” intende richiamarsi a quanto prescritto nel Libro del Deuteronomio, dove appare il verbo “essere debitore” in riferimento alla “legge del settimo anno”: “Alla fine di ogni sette anni celebrerete la remissione. Ecco la norma di questa remissione: ogni creditore che detenga un pegno per un prestito fatto al suo prossimo, lascerà cadere il suo diritto: non lo esigerà dal suo prossimo, dal suo fratello, poiché è stata proclamata la remissione per il Signore” (Dt 151-2 LXX). Questa legislazione era stata aggirata al tempo di Gesù attraverso la pratica del Prosbul, un certificato contenente una dichiarazione, fatta di fronte al tribunale, in virtù della quale il debitore autorizzava il creditore a riscuotere il suo credito in qualunque tempo, anche dopo i sette anni, prescindendo dalla legge del condono.
Gesù ha preso le distanze e rifiutato l’istituzione del Prosbul per riportarsi così alla purezza del disegno primitivo di Dio, in aperta opposizione alla “tradizione degli antichi” (Mt 15,9) che pretendeva di spacciare per insegnamenti divini quelli che erano soltanto “precetti di uomini” (Mt 15,9; Is 29,13), soppiantando l’originaria parola di Dio. Pertanto il condono del debito e con esso la concessione del perdono, devono essere immediati. Ogni ritardo nella manifestazione di un amore capace di tradursi in generosa condivisione, non fa che aumentare il debito verso il Padre originato dall’assenza dell’amore e impoverire tutta la comunità: “Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole” (Rm 13,8). Ma l’annuncio di questo Giubileo, vera “buona notizia” per quanti sono poveri, si trasforma in una sciagura per i ricchi, che credono di possedere il denaro mentre in realtà ne sono posseduti. E il furore col quale i fedeli della sinagoga di Nazaret hanno cacciato Gesù, è lo stesso che coglie quanti capiscono che la vera porta santa da varcare per il Giubileo, è quella della banca, per alleggerire il proprio conto, e condividere il tanto che hanno con chi non ha niente. Fintanto che il Giubileo si risolve con una pratica religiosa è bene accolto da tutti, ma quando esige un cambiamento di vita…
I Magi naufraghi d'infinito
L’Epifania, soprattutto il cammino dei Magi, ha ispirato tanti mistici e poeti. Particolarmente suggestiva e profonda la poesia spirituale di padre David Maria Turoldo

Eran partiti da terre lontane:
in carovane di quanti e da dove?
Sempre difficile il punto d’avvio,
contare il numero è sempre impossibile.
Lasciano case e beni e certezze,
gente mai sazia dei loro possessi,
gente più grande, delusa, inquieta:
dalla Scrittura chiamati sapienti!
Le notti che hanno vegliato da soli,
scrutando il corso del tempo insondabile,
seguendo astri, fissando gli abissi
fino a bruciarsi gli occhi del cuore!
Naufraghi sempre in questo infinito,
eppure sempre a tentare, a chiedere,
dietro la stella che appare e dispare,
lungo un cammino che è sempre imprevisto.
Magi, voi siete i santi più nostri,
i pellegrini del cielo, gli eletti,
l’anima eterna dell’uomo che cerca,
cui solo Iddio è luce e mistero.

SERATA DI GOSPEL INDIMENTICABILE
più di 400 persone in festa...




CHE FAMIGLIA...

Mi domando, e comincio dalla fine, se non compresero Maria e Giuseppe quel figlio così eccezionale, come possiamo pretendere di capirlo noi?
Eppure loro avevano avuto segnali indiscutibili, un angelo che lo aveva annunciato, altri angeli sulla grotta della nascita, sogni, tutte cose che avrebbero dovuto prepararli, almeno un poco, a ritenere quel figlio come speciale.
Eppure anche loro, i genitori a cui era stato preannunciato lo straordinario, hanno dovuto cercare quel bambino dodicenne, anche loro hanno dovuto fare i conti con una sorprendente ordinarietà della vita familiare. Non sono stati resi immuni, Maria e Giuseppe, dalle mille angosce dell’essere genitori, dalla preoccupazione di una febbre che non passa a quella di quando si attende il ritorno alla sera.
“Angosciati ti cercavamo”, come noi.
Come noi a cercarlo ovunque, col timore di averlo definitivamente perso, come noi a restare stupiti davanti alle sue risposte, imprevedibili, sconcertanti. Come noi a dover accettare che Dio non è come lo abbiamo previsto, come ce lo siamo raccontato, come lo abbiamo immaginato, ma è Altro, sempre Altro.
Un Dio che prima di tutto “ascolta” e poi “interroga”: ascolta le nostre domande o il nostro grido e poi ci sconvolge, perché smuove le parti profonde e nascoste di noi, quelle che non sappiamo di possedere, quelle che abbiamo lasciato spegnere sotto le braci dell’abitudine, dell’indifferenza, dello scontato.
Un Dio che è sempre oltre, che corre avanti perché impregnato di futuro, di novità, di terra e cieli nuovi: sono queste le “cose del Padre”. Quelle che non capiamo. Non si comprende Dio, questo Dio che appare e scompare, che va via e ritorna, che scappa e si fa trovare; non si comprende se non con l’amore che ti fa restare stupito davanti a Lui, al suo sorprendente procedere per cammini imprevisti.