
Dove ci siamo persi, e abbiamo cominciato a pensare che Dio ci vuole seri e compassati, meglio ancora, un po’ tristi e doloranti; quando ci siamo convinti che l’allegria non fa parte di questo mondo, ma è riservata all’aldilà; e se capita di essere allegri allora meglio sentirsi un po’ in colpa, perché non si addice ad un credente tutto compunto e mesto, intento solo ad abbracciare la sua croce con stoica rassegnazione?
Meno male che c’è scritto nero su bianco oggi nel Vangelo che all’inizio c’è la gioia e che, come primo segno, Gesù ha scelto la festa, il vino con cui brindare, l’allegria intatta e non sciupata da ciò che manca.
Sarebbe bello svegliarci ogni mattino con una voce che ci sussurra «non hai più vino»: sentircelo ripetere ci aiuterebbe a comprendere che forse abbiamo perso la gioia, la freschezza dello sguardo leggero sulle cose, che ci manca l’emozione del vibrare con la vita.
E Gesù oggi ci mette la sua firma, autentica il fatto che la vita, quando c’è l’amore, è festa: non a caso lo hanno chiamato «il rabbi che amava i banchetti», il mangione e beone che non si perdeva una cena.
Ce lo ha fatto capire fin dal principio del suo insegnamento; Lui che «manifesta la sua gloria» riempiendo un vuoto di contentezza, che afferma la sua potenza tramutando l’insapore, lo scialbo, nel colore vivido e gustoso del vino e nella sua ebbrezza.
È un po’ come se Gesù si fosse detto, così, tra sé e sé: «Facciamo una cosa bella fin dal principio e vediamo se capiscono. Facciamogli vedere che senza la passione del cuore e dei sensi tutto diventa triste e spento, e che Dio non è il motore immobile che si sono raffigurato, ma è l’artista del gusto della vita, il creatore della gioia, Colui che ama sempre e sempre senza un perché».
L’opposto dell’amore non è l’odio, ma la freddezza, un cuore indifferente e gelido, distaccato dalla vita e dalla sua energia: Dante infatti rappresenta il cerchio più profondo dell’inferno come un cerchio di ghiaccio.



