A quei tempi non c’erano porte che chiudevano gli ovili: era lo stesso pastore che alla sera si sdraiava all’ingresso per non far uscire le sue pecore e per non consentire ad altri di introdursi.
Ladri, briganti, lupi se volevano entrare dovevano vedersela con lui, rimasto a guardia, a far da porta, da cancello.
Si conoscono, invece, le pecore ed il pastore, lui le conosce una ad una, a ciascuna ha dato un nome e una carezza.
E le pecore riconoscono quella voce, una voce che non fa paura.
Riconoscere una voce è fare casa, fare famiglia, è capire le inflessioni, il sussurro, a volte le sgridate: è fiducia che consente di seguire, è speranza in un pascolo dall’erba verde e croccante.
È forse questa la fede? Questo ci sta dicendo oggi Gesù? Prima ancora che un insieme di riti e regole da seguire, la fede
è invece riuscire a distinguere una voce amica, che non ti vuole rubare libertà, desideri, sogni, identità; che non si impone con la sua autorità, ma ti apre la strada.
Non trascina, non spinge, non usa il bastone quel pastore: a lui non serve schiacciare o umiliare perché sa che, tra lui e ciascuna delle sue pecore, c’è una relazione, c’è un legame forte.
E loro, le pecore, conoscono il suo odore, capiscono le sue parole, gli vogliono bene.
Se ne sta lì, il buon pastore, sulla soglia della nostra vita, là dove vanno e vengono i rischi, i pericoli, le ferite, le scelte, quei ladri di speranza, di sogni, di amore.
Lui sta lì a trattenere il respiro, a vegliare su ognuno e ognuna di noi, a calmare la paura, a dar coraggio e accompagnarci là dove ciascuno è sé stesso, ciascuno alla sua casa.
Se ne sta lì, sdraiato proprio nel bel mezzo tra noi e le nostre paure, tra noi e ciò che ci ferisce.
A vegliare, a custodire i nostri passi incerti, i nostri giorni.
E lo fa non per impadronirsene o per invadere, ma per allargare i nostri piccoli orizzonti: una vita straripante, esagerata, così abbondante da non averla mai persino sognata.
E sembra dirci: «Vieni, passa da qui: c’è tanta vita».


