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Ci sono incontri che, riletti a distanza di tempo, sembrano appuntamenti; ci sono casualità che aspettano di incastrarsi nella vita quotidiana e che quella vita te la stravolgono, la lucidano, le danno respiro.
Tutto qua all’inizio sembra casuale: Gesù che si ferma stanco al pozzo, la donna che, guarda caso, proprio a quell’ora va a quel pozzo a prendere acqua, il sole alto e i discepoli che si sono dileguati in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti. Casuale appare anche la sete di Gesù appena vede la donna, come se la stesse aspettando, come se avesse sete di lei.
Sete è bisogno di Dio e dell’essere umano, è linguaggio comune, appartenenza reciproca. Gesù ci mostra oggi un Dio che si presenta a partire dal desiderio, dalla mancanza: non un Dio che giudica e che si impone, ma un Dio che si affida a te, mendicante anche lui.
E questa donna potrebbe apparire un po’ impertinente con le sue continue domande: non smette di interrogare e chiedere spiegazioni tanto da sembrare addirittura sfacciata; ma anche lei ha sete, sete di senso. È lei che pone le grandi domande: dove adorare, come vivere, cosa conta davvero. Ed è a lei che Gesù fa una delle rivelazioni più stravolgenti: “Sono io, che parlo con te”.
Non rivela questo ad un teologo o ad un potente, ma ad una donna ai margini, come se la verità più profonda potesse essere accolta solo da chi non ha più nulla da difendere. Da chi ha sete.
Le risposte di Gesù dilatano ancora di più la sua curiosità e il suo desiderio, le allargano gli spazi, le ampliano gli orizzonti, la trascinano su un terreno impensato, dove si parla di acqua e di vita, di una storia complessa, segnata da relazioni fallite, da giudizi subiti. Gesù la accompagna verso il mistero di Dio, aiutandola a capire il suo mistero di donna.
«Non mi ha giudicata, riferirà alla gente della sua città, ma ha ricordato la mia vita, ha raccontato la mia sete. Non mi ha rinfacciato il passato, ma lo ha attraversato e restituito, come innaffiato da acqua viva». La verità non umilia, ma rimette in piedi, dà slancio e forza. Dà il coraggio di correre ad annunciare, di non vergognarsi più, di non nascondersi più. Resta una brocca dimenticata, ormai inutile, superflua. Resta un Maestro sognatore, che vede già i campi biondeggiare. Resta un pozzo presso il quale ognuno può recarsi, credendo di esser solo.


Il deserto non è solo un luogo fisico arso, brullo che si estende sconfinato ai nostri occhi; deserto non è solo spazio, ma anche un tempo: quello delle domande che arrivano improvvise, delle certezze che crollano miseramente, dei dubbi assillanti.
Il deserto è fatto da tutti quei momenti più o meno lunghi che attraversiamo nell’arco della vita in cui ci sentiamo deboli e nudi: momenti sacri. È il tempo delle domande radicali, di quelle che bruciano dentro, che sottilmente scavano, che come uno scalpello ci modellano, dandoci una forma impensata. È il tempo in cui si sta davanti alla vita, la nostra.
Gesù è affamato e la fame è cosa concreta, fisica, reale, così come sono reali e concreti i nostri bisogni: quelli per cui corriamo, ci affatichiamo, consumiamo, sperando che tutto questo basti a darci la felicità, a farci sentire sazi e appagati, a riempire i nostri vuoti.
Eppure Gesù oggi ci fa capire che c’è una fame più profonda, più esistenziale alla quale non basta trasformare le pietre in pane: abbiamo bisogno non solo di pane, ma di senso e di futuro e di capire a cosa davvero tendiamo.
Una freccia, mi sembra questa prima tentazione, una freccia scagliata oltre i tutti i nostri desideri immediati, tutto ciò che ci appare come imprescindibile: non basta, ci dice Gesù, vai oltre.
Così come, nella seconda tentazione, Gesù ci scioglie dall’ansia da prestazione, dal bisogno di essere visti, confermati, riconosciuti, come se il nostro valore intrinseco stesse tutto nello sguardo degli altri.
Il Dio di Gesù non si esibisce, lo sappiamo, è un Dio nascosto, piccolo che vuole fiducia nel rischio e nei fallimenti. Non è una garanzia di successo, ma un’ala che mi insegna a superare i rischi e i fallimenti. Ancora oltre.
E come potrebbe Gesù inginocchiarsi davanti al miraggio del potere? Sarebbe come accettare che per cambiare il mondo bisogna stare alle sue regole, che per ottenere frutti occorra rinunciare alla coscienza, che la dignità sia una mercanzia.
Non è questo il mondo di Dio, questo è solo un mondo dominato, non libero: Lui si è inginocchiato solo davanti all’amore. Deserto è il tempo delle scelte tra bisogno e desiderio, tra immagine e verità, tra potere e servizio; è tempo di domande: quale fame ci muove, quale voce ascoltiamo, davanti a chi ci inginocchiamo?

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