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Un racconto di lago, di vento, di onde alte, di presunti fantasmi: oggi questo ci viene incontro.
Un racconto di paure e coraggio, di sicurezze e rischi accettati, di leggerezze e leggi di gravità sfidate, oltrepassate e superate.
E tutta la mia simpatia va a Pietro che, solo tra gli apostoli, ha il coraggio di uscire dalla barca: come un bambino curioso, affascinato dal mistero, impaziente di sperimentare.
Gli altri se ne rimangono impauriti sulla barca, prudenti, tanto spaventati da scambiare per uno spettro chi potrebbe salvarli, cercando di sfuggire da soli alla tempesta. Meglio non rischiare, meglio cercare di salvare il salvabile. Con la presunzione dell’autosufficienza.
Risuona solo una parola: «Coraggio!». Solo Pietro si fa davvero coraggio e fa un passo avanti: supera il bordo della barca con le gambe tremanti e si avvia sul lago agitato, scavalcando le onde.
A volte il coraggio consiste semplicemente nel muovere un passo, anche se le gambe tremano, anche se la paura morde, abbandonandosi a quella voce che invita, come un sorriso.
A volte il coraggio è solo quel che riusciamo a fare nonostante tutte le paure. E Pietro va: quanti passi avrà fatto? E quanto veloce gli batteva il cuore? Come credere a ciò che stava succedendo?
Sembravano scomparse le onde, il vento, la bufera, era tutto solo in quegli occhi che lo aspettavano; la realtà intera si concentrava in quello sguardo che lo attendeva. Che sorrideva.
Quando smettiamo di guardare il traguardo e fissiamo la nostra attenzione sugli ostacoli che si frappongono, succede che le forze vengono meno, l’energia si spegne, sentiamo di non potercela fare.
Così avviene per Pietro, distoglie gli occhi dagli occhi di Gesù e vede il vento che squassa il lago e fa evaporare il coraggio. E sprofonda.
Tutta questione di punti di vista.
Quel vento non è comparso all’improvviso, era lo stesso che tanto aveva li aveva spaventati, ma quel vento ora entra dentro Pietro e soffia via il suo entusiasmo, la sua leggerezza, la sua innocenza.
È un vento che azzera, che cancella i sogni.
È paura.
Non siamo fatti per essere invincibili o per salvarci da soli: piuttosto siamo fatti per tendere la mano e lasciarci afferrare quando tutto sembra perso, quando ci sembra di affogare.
C’è sempre una mano pronta ad acchiapparci a dispetto di ogni vento: è questo il miracolo.

Il tesoro è qua, e aspetta occhi curiosi, svegli, audaci e cuori che sappiano riconoscere quel bisogno di infinito che punge nel profondo, improvviso e caldo, come una gioia inaspettata. Scava, cerca, lasciati sorprendere.
Antoine de Saint Exupery scriveva:
«Se vuoi costruire una nave, non radunare uomini per tagliare legna, dividere i compiti, impartire ordini, ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito».
Forse il fine ultimo, l’obiettivo preciso della venuta di Gesù è stato proprio questo risvegliare in noi la nostalgia, del mare grande, del suo profumo, di quell’infinito che ci portiamo dentro, che è come voce che chiama da lontano.
Sboccia così, all’improvviso, una nostalgia che è ricordo di casa, di un regno a cui apparteniamo. Il Suo piccolo, vicino e nascosto regno. «Le nostalgie sono racchiuse in me come bolle d’aria nel pane» (Yeuda Amichai )

"Ogni notte Dio mostra la sua
splendida mercanzia davanti al negozio:
sacri carri, tavole della legge, pietre
preziose, croci e campane
poi li ripone in scatole buie
e abbassa le saracinesche:
Anche oggi
nessun profeta è venuto a comprare qualcosa”.

«Il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire»:
amo questo verso di Battiato e mi sembra che, oggi, proprio di questo parli il vangelo.
Noi, che siamo così bravi a separare le albe dai tramonti, la luce dalle ombre, la morte dalla vita, il grano dalla zizzania, dobbiamo imparare la difficile arte della pazienza, dell’attesa, del guardare il futuro.
Imparare a restare nel momento in cui la notte sta per finire, ma il giorno ancora non è arrivato. Come sentinelle vigili e attente.
Sì, di questa difficile arte ci parla oggi Gesù, del saper accettare che dentro la storia, e dentro ciascuna delle nostre storie, convivono luci ed ombre, bene e male, grano e zizzania e i confini tra l’uno e l’altra sono indefiniti. Scivolano l’uno nell’altro, a volte giocano tra loro e ci confondono.
Altre volte invece siamo così certi della netta separazione tra queste due parti che ci affrettiamo a erigere muri per evitare contaminazioni, a voler sradicare ed estirpare per allontanare quel che ci fa paura: l’ombra, il male, la debolezza. Il tutto nel mito di un’impossibile purezza, nella illusione che la felicità arriverà quando tutto sarà finalmente perfetto. Problema risolto. A posto con la coscienza.
«Lasciate che crescano insieme», così ci dice invece oggi Gesù, e quel «insieme» mi turba, mi spiazza perché io vorrei vedere solo il grano e quella zizzania messa là, disturba non solo la mia vista, ma l’immagine che ho di me stesso, il mio orgoglio.
Impaziente e precipitoso non riesco a concepire che possano stare insieme, convivere tranquillamente fino al momento della mietitura.
Chiede tempo Dio. Non tocca a me anticipare il giudizio: il tempo del raccolto non è il mio oggi. Al momento giusto poi ogni cosa troverà il suo posto. «Ogni inizio è solo un seguito, e il libro degli eventi è sempre aperto a metà», scrive Wislawa Szimborska: noi vediamo solo una pagina, Dio vede invece che il libro è ancora alla sua metà, che c’è ancora tutto un finale da scrivere.
Ecco perché attende, ecco perché non strappa subito la zizzania. La storia, la mia, quella di ciascuno, per Lui è sempre aperta a metà e per me, per ciascuno, Lui sogna un gran finale.

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