
Telefono: 0461-922591
Cellulare: 347-4241142
Email: zatelli.lino@gmail.com


Più concreto di così non si può: Gesù non poteva essere più chiaro.
A chi si aspettava teorie e teologie, a chi immaginava di doversi mettere a studiare, a interpretare, a cavillare su parole e idee astratte, Gesù offre un pezzo di pane: cibo quotidiano, essenziale; non un lusso, ma una necessità.
Che strano Dio è colui che pensa di nascondersi in un boccone e un sorso, che invece di affermare con grandiose raffigurazioni la sua potenza e maestosità, si offre in ciò che di più comune e ordinario ci possa essere: un pezzo di pane, che non si nega a nessuno.
Perché Lui sa bene che la fame vuole sostanza, perché Lui ha conosciuto la stanchezza e ha capito cosa significa sentirsi svuotati, senza energie e comprende l’umano, elementare bisogno di qualcosa che semplicemente ci rimetta in piedi.
Troppo lungo per noi il cammino per fare a meno di qualcosa che nutra davvero, che entri in circolo nel nostro sangue e si trasformi in vita; troppo faticoso e logorante questo cammino per pensare di farcela da soli, senza riconoscere il bisogno che abbiamo di riceverla questa vita.
Una vita fatta di scambio, di relazione, di offerta e dono, di intimità. Cosa è più intimo, infatti, di ciò che ingeriamo, di ciò che entra fin nel profondo delle nostre cellule e che assorbiamo per ricavarne forza ed energia?
Ha bisogno di raggiungere i nostri corpi Dio, non si accontenta delle parole, leggi, dottrine: Lui vuole toccarci nel profondo, diventare come linfa degli alberi, scorrere nelle nostre vene.
Così, solo così può darci il respiro della vita vera, quella che non muore e dà senso anche a ciò che sembra privo di senso. Vita eterna, per sempre, che inizia già oggi con la lenta trasformazione, con l’assorbire un pane che si fa persona.
A nutrire sogni e speranze, a dare coraggio e fiducia, brividi e passione.
Eccolo Gesù, sempre con uno sguardo al cielo e un altro alla terra, pane dal cielo e linfa delle mie radici, ecco che si racconta attraverso mulini e torchi, macinature e spremiture di chicchi, a farsi pane e vino. Per restarci vicino, dentro, carne della nostra carne.


In cima ad un monte, si sa, lo sguardo spazia: a volte il panorama mozza il fiato, a volte restiamo incantati da tanta apertura e ci sentiamo quasi immersi nel cielo.
A quell’appuntamento gli undici non potevano mancare, eppure, quando lo videro, dubitarono.
Forse perché, anche davanti all’evidenza, il cuore resta fragile e sembra che niente basti mai per avere una certezza.
Ma, nonostante tutti i dubbi, Gesù affida loro un compito: «Andate, battezzate, insegnate»; non dice «restate fermi così, difendete, proteggete quel che avete visto e vissuto».
No, la fede in Lui non sarà mai un giocare in difesa, ma uno slancio avanti, un incontrare, un attraversare le strade e i cammini degli altri. Pensavano di salutarlo per sempre gli undici e forse sentivano già il dolore di uno strappo, invece avranno in cambio una promessa: «Sono con voi tutti i giorni», anche i giorni stanchi, quelli confusi, quelli che non sanno di niente. È un Dio fedele il nostro, è un Dio che sta nella vita, nelle fatiche, nei dubbi: Lui si immerge nella concretezza della quotidianità, nelle incertezze dei giorni storti, nel magma della nostra confusione.
La sua fedeltà non pretende la nostra coerenza, è più ostinata delle nostre fragilità, come scrive David Maria Turoldo: «E non eri lontano, Signore,/ quando pensavo di averti perduto:/ eri nel fondo del mio silenzio,/ più intimo di me stesso».
Proprio nel fondo più profondo, anche nel pozzo buio delle mie contraddizioni. E Gesù oggi ci dice proprio così: «Sarò con voi» non sopra, non distante a guardarti e giudicarti, ma dentro la tua vita, in ogni attimo e non sarai mai solo.
Pensavano di salutarlo per sempre gli undici e anche a noi, in fondo, sembra che la sua ascensione sia una partenza definitiva;
invece quel suo salire al cielo, ce lo apre quel cielo, ce lo avvicina così tanto da farlo arrivare fino a terra, a penetrare ogni istante della nostra storia.
Non sei più un Dio da cercare, ma da riconoscere nelle pieghe della vita, da rileggere nelle parole di ogni giorno anche quelle distratte e povere: sei un esercizio dello sguardo, nello scorgerti presente e silenzioso, ad accompagnarci, vicino, dentro. Sei l’invito a prendere sul serio ogni gesto che compiamo, il modo con cui versiamo da bere, con cui cominciamo la giornata, con quale pensiero apriamo i nostri occhi. Può bastare questo poco per sentirci anche noi sul monte, immersi nel cielo fino a terra.

Il dialogo tra Gesù e Nicodemo avviene di notte: sono parole sussurrate, dette sottovoce, rivolte a chi non ha certezze, ma solo domande brucianti, che valgono il peso di tutta una vita.
Li vedo quasi, Gesù e Nicodemo, a parlare fitto, piano per non svegliare gli altri, protesi l’uno verso l’altro come si fa quando si ama, quasi a scambiarsi parole d’amore.
E lancia, Gesù, negli occhi assetati di Nicodemo, i messaggi di un Dio innamorato, di un Dio che non se ne sta lì a condannare, a pesare gli errori e le colpe, ma a sostenere, a rialzare, a salvare.
Perché ama tutto il possibile, Lui, il filo d’erba e la goccia d’acqua, il cucciolo d’animale e l’albero maestoso, l’aria sottile e il colore del fiore: ama il mondo, questo mondo che è anche stravolto, sfregiato, a volte ottuso come i figli che lo abitano.
E amarlo non vuol dire condannarlo o giudicarlo senza appello, ma salvarlo sempre e comunque, come farebbe una mamma con un figlio scavezzacollo, come fa quel padre con quel figlio troppo allegro e sicuro di sé.
Non ama perdere Dio. Che si tratti di pecore, monete, figli, Lui non si rassegna: troppo grande la vita, troppo infinita per lasciare indietro, dimenticare, far scivolare via.
Non ama gli sprechi questo Dio, tutto è prezioso, tutto rientra nel flusso ininterrotto d’amore.
E conosce bene anche la nostra paura più profonda, quella di scomparire senza lasciare traccia, di essere inghiottiti dal nulla, di non avere più senso, né valore, né memoria. Quella disperante sensazione che tutto è finito davvero e per sempre, che nulla resta.
Lo diciamo quando finisce un amore, o non riusciamo a cogliere un’occasione; lo diciamo anche quando muore chi amiamo: «Ho perso mia madre, mio figlio, un amico…» Come se fosse possibile.
Oggi invece Gesù ci promette una vita che non si perde: una vita custodita, raccolta, salvata.
È come se ci dicesse: « Sì, incontrerai la morte, ma non ti porterà via, non ti "cancellerà", non ti perderai, nulla di te andrà perduto».
Perché il Suo è un amore che non lascia cadere nulla, dove anche ciò che sembra finito non è buttato via. È la promessa più grande, quella di oggi, è la promessa che ribalta le nostre attese: non «non morirai», ma «non sarai perduto: ti tengo io, ti amo io. Per sempre». Perché a Lui non piace proprio perdere.
Questo sito si avvale di cookie necessari al funzionamento ed utili a migliorare il servizio offerto. Se vuoi saperne di più consulta la nostra Cookie Policy.. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, si dichiara di accettare l’utilizzo di cookie.