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Werlen: senza riforme non siamo più Chiesa
October 22, 2020
di: Matthias Altmann (a cura)
Martin Werlen, ex abate dell’abbazia benedettina di Einsiedeln, ha appena pubblicato un nuovo libro, con l’editrice Herder, intitolato Raus aus dem Schneckenhaus! Nur wer draußen ist, kann drinnen sein – “Fuori dal guscio. Solo chi è fuori, può essere dentro” –, dove invita la Chiesa ad essere creativa e aperta, e critica i circoli farisaici di oggi che hanno paura del nuovo. Scrive infatti in copertina: «un libro da gustare con cautela dai farisei». La seguente intervista è stata raccolta per Katholisch.de da Matthias Altmann (12 ottobre 2020).
Nella crisi del coronavirus, si sono viste chiaramente le diverse immagini di Chiesa: si è passati dall’affermazione “La vita della Chiesa sta soccombendo” a una creatività molto grande. Un’esperienza centrale di fede mi accompagna e provoca continuamente: Dio non è là dove vorremmo che fosse, ma dove siamo. La Chiesa deve far fronte a questa realtà e cercare Dio in questa situazione, in questa crisi. Si è anche visto che la Chiesa deve essere profondamente creativa perché Dio è creativo. Se vuole testimoniare questo Dio vivente, non può fare altro che essere creativa. Quando si parla di una Chiesa che “soccombe” di fronte a questa situazione, si tratta di un’immagine tutt’altro che cattolica.
Da un siffatto punto di vista, si tratta soltanto di tenere in piedi un’istituzione. Ma la Chiesa è testimone della presenza di Dio – in ogni tempo. Non si può dire che, quando la pandemia del coronavirus sarà passata, allora potremo essere di nuovo Chiesa. Ma in questa crisi posso io stare accanto alle persone nel loro bisogno? Questa è la Chiesa. Oscar Romero diceva che dove la Chiesa sta con le persone, con le loro gioie e loro dolori, lì è presente Cristo. Dobbiamo avere il coraggio di compiere questo passo. Finché la Chiesa aveva il potere forte di indicare come dovevano andare le cose e di ritagliarsi il proprio spazio, non era necessario richiamarlo. Molti aspetti del Vangelo non erano più percepiti o lo erano solo debolmente. Ma oggi questo non è più possibile. Per citare nuovamente Romero: la gente si è allontanata dalla Chiesa perché la Chiesa si è allontanata dalla gente.
Proprio da coloro che se ne sono andati possiamo imparare: come sentono la Chiesa, cosa imparano da essa? Se la gente non sente più cos’è la Chiesa, allora possono lasciarla senza che a loro manchi qualcosa. Se la Chiesa è percepita solo come un’istituzione la quale dice che questo e quello non si può fare, quale ragione hanno ancora per appartenerle? Ma la Chiesa è una vita profondamente condivisa. Quello che la costituzione pastorale Gaudium et spes afferma all’inizio – condividere ansie, gioie, speranze e dolori (tutto questo è Chiesa) – molta gente dentro e fuori non lo avverte.
Soprattutto i più in alto nella gerarchia ecclesiastica non devono isolarsi nel loro status, ma stare con la gente, e starvi per davvero. La domanda pertanto è questa: l’autorità nella Chiesa esiste perché uno status prevale sugli altri? O l’autorità cristiana esiste proprio perché si è in mezzo alla gente? All’apertura del sinodo dell’Amazzonia, mi ha colpito molto il fatto che papa Francesco abbia camminato in mezzo agli altri nella processione dalla basilica di San Pietro all’aula del sinodo. Questo va diritto al cuore e ci si rende subito conto che questa è la Chiesa: testimoniare un Dio che non parla dall’alto, ma che si fa uomo.
Non si tratta naturalmente del gruppo di 2000 anni fa, ma della tentazione di ogni credente di essere improvvisamente bloccato mettendo la legge al primo posto anziché la persona che è nel bisogno. Nel sentirsi migliori di coloro che ti stanno accanto, nel guardare gli altri con disprezzo, nell’insistere nell’osservanza delle norme. Se guardiamo ai farisei nel Nuovo Testamento, possiamo capire meglio la situazione attuale della Chiesa.
Non lo si può dire in maniera globale. Di fatto i più in alto nella gerarchia sono tentati di esserlo come qualsiasi altro battezzato. Vedo comunque – e l’ho costatato anche come membro della Conferenza episcopale svizzera – che i circoli farisaici sono molto dominanti nella Chiesa. Alcuni vescovi, pur rendendosi conto che la riforma è effettivamente urgente, non hanno il coraggio di procedere perché hanno paura delle reazioni, oppure sono bloccati da persone per le quali tutto deve rimanere com’era. In Germania lo si nota molto chiaramente nel cammino sinodale, dove si vede emergere la paura. E la paura è tipica dei farisei. Quando nel Vangelo guardiamo ai farisei, vediamo che hanno il timore che la fede vada perduta se non vengono osservate le norme. Un atteggiamento del genere regna anche nella Chiesa. Io scrivo nel libro: «Chiunque nel guscio va in fibrillazione quando sente la parola “riforma” dovrebbe chiedersi se molta gente non se ne va proprio per questo, per non ammalarsi di cuore». Se escludiamo le riforme, non siamo più Chiesa.
Perché essere Chiesa significa essere in cammino. Il concetto usato negli Atti degli Apostoli per dire Chiesa lo descrive perfettamente: “cammino”.
Se nel Vangelo prendiamo sul serio i passi riguardanti i farisei, ci rendiamo subito conto di quanto ciò ci sia familiare. Mi sono sempre reso conto quanto siano attuali queste dispute. Per esempio, la domanda: chi è il mio prossimo? Gesù la rovescia: di chi posso essere il prossimo? Della persona che è nel bisogno. Non si tratta ovviamente di un problema di religione o di nazionalità. Quante volte i farisei hanno proposto i loro dubia per tendere un tranello a Gesù! Lo hanno accusato di infrangere la legge. E, quando qualcuno oggi chiede la riforma, certi circoli si affrettano a dire: ciò non è più cattolico. Oppure: questa è un’eresia. È esattamente la situazione in cui si trovava Gesù. Ma egli non si è piegato. Non ha mai nemmeno cercato di giustificarsi. Ha agito. E proprio ora, nella crisi del coronavirus, diventa chiaro che, se non abbiamo il coraggio di rischiare qualcosa, è evidente che questa è la fine dell’istituzione. Questa libertà, questo rischio della fede, è questo ciò che Dio ci chiede oggi.
Per me è importante che non usiamo mai la parola “cattolicità” in modo limitativo. Questo è esattamente l’opposto del suo vero significato: ampiezza. Questa ampiezza dell’amore di Dio deve diventare visibile nella cattolicità. Se un cardinale, per paura che le riforme possano muovere qualcosa, dice che la Chiesa deve rimanere cattolica, non posso che scuotere la testa. Io direi che la Chiesa deve diventare più cattolica. Diventa più cattolica? Questa è la domanda che conta. Per me questa è un’idea grandiosa che noi, come altri, trasformiamo nel suo contrario. È chiaro: la Chiesa – e non intendo qui una confessione – è cattolica, ma questo è un concetto aperto verso l’alto. Io non posso dire, adesso sono cattolico e basta. Essere cattolici è un cammino per entrare in questa ampiezza di Dio. O, come dice san Benedetto: a chi avanza nella fede, si dilata il cuore. Questa è cattolicità: avere un cuore grande.
Vivendo ciò che ascolta nella Parola di Dio e ciò che professa nelle preghiere. Non dobbiamo inventare qualcosa di nuovo, ma piuttosto vivere la nostra fede nell’oggi. Se siamo veramente alla sequela di Gesù e lasciamo che la sua parola e il suo esempio ci entrino nel cuore, allora non possiamo che diventare cattolici, cioè persone dal cuore grande.
Se do una risposta breve, essa spiega troppo poco. Proviamo con un’immagine. Io sono cresciuto in montagna, e anche St. Gerold nella grande valle di Wals, dove lavoro adesso come prevosto, si trova in montagna. Questi luoghi danno un senso di sicurezza, invitano a guardare in alto. È così che immagino la Chiesa: sicurezza in una comunità dove si cammina insieme con lo sguardo rivolto in alto. I concetti centrali nella vita di fede sono aperti verso l’alto: fede, speranza, amore, cattolicità. Nel momento in cui lo capiremo, non saremo più chiusi entro i limiti, ma renderemo anche tangibile questa apertura. Io vorrei che la gente si muovesse verso questa apertura, in modo da scoprire cosa significa la fede, quale grande dono rappresenta. Di essa non dobbiamo aver paura, ma possiamo semplicemente viverla, nei giorni buoni e in quelli difficili.
Quando si chiude la terra
I cimiteri sprangati non si erano mai visti. Nemmeno in tempo di guerra. Ma questi sono tempi nei quali il nemico si annida tra gli anonimi che incontri per strada, tra coloro i quali non rispettano il suggerito distanziamento sanitario. Si nasconde dentro di noi, tra gli asintomatici i quali, a propria insaputa, lo diffondono ai vicini. Doverosa e opportuna, quindi, la decisione di chiudere i cimiteri nei giorni deputati al sovraffollamento, agli spostamenti dei congiunti, alle riunioni familiari con la tradizionale merenda di castagne e vino nuovo.
Più che il lamento funebre accanto alle tombe, s’odono in questi giorni gli alti lai dei fioristi e venditori di ceri i quali si sono vista sfilare, per decreto governatoriale, una delle poche opportunità di fare cassa. La serrata imposta dalla pandemia farà marcire nelle serre sei mesi di fatica. Senza che per la categoria colpita siano stati predisposti indennizzi e provvidenze. Sarà pur vero che fin che c’è vita c’è speranza ma andatelo a dire a chi sulle onoranze funebri ha costruito un’azienda che rischia l’agonia.
È ben vero che i fiori sulle tombe si possono ricollocare a far data da martedì 3 novembre, ma anche in questo contesto vale il detto che “passata la festa, gabbato lo santo”. Perché, più che ai defunti e al loro ricordo, molte tombe sono addobbate per i viventi, per i vicini della tomba accanto, perché non si dica o non si possa mormorare che “neanche un fiore ad Ognissanti”! C’è da scommetterlo, la prossima settimana migliaia di vasi finiranno al macero senza aver mai superato i cancelli, oggi sprangati, dei cimiteri.
Ognissanti è una ricorrenza solo cristiana. Come molti riti ha inglobato e si è sovrapposta a feste pagane. Per secoli i Romani celebrarono la fine del raccolto e dei doni della terra. Quel rito cadeva tra la fine di ottobre e i primi giorni di novembre. Altri popoli celebravano la notte delle calende d’inverno, il passaggio dal mondo della vita a quello della morte, la lunga stagione del gelo prima del risveglio della vita nella fioritura di primavera. Papa Bonifacio IV (VII secolo) tentò di abolire la celebrazione pagana per sostituirvi i riti della religione cristiana. Temendo le ire dei tradizionalisti, fissò al 13 maggio la memoria di tutti i Santi. Due secoli dopo, Gregorio IV (828-844) spostò la festa facendola coincidere con la ricorrenza pagana del giorno successivo alle calende d’inverno: il 1° novembre. Poiché il culto pagano era duro a morire, nel X secolo fu introdotta e fissata al 2 novembre un’ulteriore occasione di memoria per i defunti. I viventi si mascheravano da angeli e diavoli, accendevano fuochi. Prese corpo l’idea che nella notte di Ognissanti i morti tornassero nelle loro abitazioni. Fino allo scorso secolo, in taluni villaggi anche del Trentino lasciavano libera una stanza, con la finestra aperta, e sul letto, rifatto e pulito, collocavano un vassoio con una brocca d’acqua e un pezzo di pane. O un pugno di castagne. In altre contrade dell’Italia centrale, una pentola di ceci e di fave.
Nel mondo dell’ebraismo, i cimiteri non hanno fiori. Sulle tombe sono collocati sassolini raccolti sul greto dei fiumi. Anche i cimiteri islamici sono spogli. Ha raccontato l’altra sera Lino Zatelli, il parroco di San Carlo, a Trento, che ad Amman, un mussulmano devoto il quale faceva da guida a un gruppo di trentini spiegò la ragione di quelle tombe abbandonate. “Noi crediamo che quando uno muore è accolto dall’abbraccio di Dio. Addobbarne la tomba sarebbe il tentativo di trattenere il suo spirito con noi. Una manifestazione di egoismo, più che di amore”.
In questo senso va interpretata anche la tradizione del mondo contadino e valligiano. Anche da noi, quando moriva qualcuno, e di solito si moriva in casa, si spalancava la finestra per lasciare uscire l’anima del congiunto. Libera, verso il proprio destino finale.
Si diceva, allora, che “i vecchi se ne vanno quando si chiude la terra”. D’autunno e d’inverno. Perché la primavera era e rimane la stagione della vita.
Alberto Folgheraiter
2.11.2020
Chiesa, oltre il virus dell’abitudine
di: Francesco Cosentino
Ricevo da un caro amico, su WApp, una citazione del teologo, filosofo e umanista Erasmo da Rotterdam:
«L’uomo non ama il cambiamento, perché cambiare significa guardare in fondo alla propria anima con sincerità, mettendo in contesa se stessi e la propria vita. Bisogna essere coraggiosi per farlo, avere grandi ideali. La maggior parte degli uomini preferisce crogiolarsi nella mediocrità, fare del tempo lo stagno della propria esistenza».
Ecco ciò che potrebbe esattamente essere individuato come il tarlo più dannoso non solo della vita umana, ma anche di quella spirituale e pastorale: essere resistenti al cambiamento, aggrappati con i denti ai propri schemi e alle proprie idee, accaniti difensori dell’abitudine e del «si è sempre fatto così», più impegnati nella conservazione del poco sicuro tra le nostre mani che coraggiosi avventurieri della novità.
A ben pensarci, è una delle più grandi battaglie di Gesù: il Regno di Dio, la novità assoluta di una vita abitata dall’amore di un Dio Padre è qui in mezzo a voi, mentre voi abbassate lo sguardo solo verso voi stessi, nuotando nel quieto mare delle vostre tradizioni religiose e specchiandovi nel narcisismo della vostra buona osservanza di norme, precetti e abluzioni. C’è qui un Regno che vuole trasformare l’acqua in vino e inaugurare spazi di vita per i poveri e gli ammalati, mentre voi vi preoccupate dell’osservanza del sabato e delle lunghe vesti con cui passeggiare nel cortile del Tempio.
Il nemico della vita spirituale
È qui che la potenza del Vangelo incontra la sua resistenza più grande: quando, invece che entusiasmarmi per una pesca miracolosa, preferisco rimanere a riva con le mie piccole reti. Quando, invece di cambiare e volare alto, preferisco una vita stagnante, una pastorale ripetitiva e una spiritualità che si crogiola nella propria mediocrità.
C’è una malattia dell’anima che paralizza più di ogni errore o peccato. Papa Francesco l’ha spesso denunciata, richiamando una lunga tradizione spirituale risalente ai Padri della Chiesa che la chiama accidia: un nemico invisibile, una nebbia dell’anima, uno stato di pessimismo interiore, uno stagno in cui nulla si muove, mentre ci si lamenta di tutto.
Dice efficacemente papa Francesco: «è un peccato neutrale. Di chi cioè non sceglie e non è né bianco né nero, di chi non rischia, non si mette in discussione, non cambia, non lotta. Resta fermo, gioca al “quel che si può” senza esagerare mai: occorre guardarsi – afferma il papa – dal “pericolo di scivolare in questa accidia, in questo peccato “neutrale”: il peccato del neutro è questo, né bianco né nero, non si sa cosa sia. E questo è un peccato che il diavolo può usare per annientare la nostra vita spirituale e anche la nostra vita di persone» (Omelia a Casa Santa Marta, 24 marzo 2020).
Questo sottile nemico della vita e dell’anima può giungere lentamente, in modo silenzioso e nascosto, quando, semplicemente travolti dai ritmi della vita o impauriti dai cambiamenti possibili, scegliamo o ci adagiamo nella via di una comodità facile, accomodandoci tranquillamente sul divano delle nostre poche sicurezze e coltivando le nostre pacifiche abitudini: senza domande, senza entusiasmo, senza passione.
La tiepidezza e la pigrizia, allora, prendono il sopravento. Non ci allontaniamo dal fuoco del Vangelo, ma non ci avviciniamo neanche troppo per paura che esso ci coinvolga fino a battezzarci come apostoli del Regno. Affermava Henri de Lubac: «L’abitudine e la routine hanno un incredibile potere di distruggere».
Immaginare la novità
È arrivata anche una seconda ondata. Il coronavirus si aggira ancora tra di noi, come ospite inquietante che viene ad alimentare paure, angosce e distanze umane e sociali.
In questa fase, la ripartenza ecclesiale soffre ancora di un’endemica e strutturale resistenza al cambiamento. Contro i possibili sconvolgimenti, la questione coronavirus è stata frettolosamente archiviata come un incidente di percorso – o, per citare il vescovo Derio Olivero, come una parentesi – per poter tornare a una cosiddetta «normalità».
E, così, pur a fronte di un reale e previsto rischio di ritorno dei contagi, si è proceduto senza profittare del momento presente come tempo e luogo di discernimento per immaginare il futuro, ma, al contrario, limitandosi a organizzare in fretta e furia comunioni e cresime, col risultato che il giorno fissato per queste celebrazioni è spesso coinciso con un nuovo balzo di contagi e con nuove restrizioni da parte del governo.
Ci sono, grazie a Dio, anche alcuni esempi di come, proprio in questo tempo, in tante parrocchie italiane si è scelta un’altra via, magari rinviando una prassi sacramentale ormai anch’essa diventata solo cerimoniale e tradizionale, e innescando modalità nuove di confronto con i ragazzi; ma, per lo più, i preti soprattutto, siamo preoccupati di riempire le caselle e di ottemperare i passaggi obbligati perché, nonostante il virus, tutto sia apposto come sempre. Laddove il “come sempre” richiama quella difesa dell’abitudine e della routine di cui prima.
Lasciarsi trasformare
Riproporre la forma e le modalità pastorali di prima, le cose a cui siamo sempre stati abituati, può essere per qualcuno – lo si comprende – una risposta per placare l’ansia dinanzi a una situazione nuova che potrebbe aprire scenari inediti; tuttavia, affermava Jorge Mario Bergoglio quando era ancora arcivescovo di Buenos Aires, questo atteggiamento rivela che «il cuore non vuole problemi. Esiste il timore che Dio ci imbarchi in viaggi che non possiamo controllare… In questo modo si matura una disposizione fatalista: gli orizzonti si rimpiccioliscono a misura della propria desolazione o del proprio quietismo». E qui, continuava, «c’è già un sottile processo di corruzione: si arriva alla mediocrità e alla tiepidezza… L’anima allora arriva ad accontentarsi dei prodotti che le offre il supermercato del consumismo religioso… La mondanità spirituale come paganesimo in vesti ecclesiastiche» (J.M. Bergoglio, Guarire dalla corruzione, EMI, Bologna 2013, 38-40).
Non è facile e non ci sono facili soluzioni. Ma c’è una grande lezione del Vangelo che la Chiesa oggi deve ritornare ad ascoltare: al centro dell’esperienza cristiana e della sequela di Gesù c’è l’invito alla conversione, cioè al cambiamento. Si tratta della scoperta di un nuovo modo di vedere, di un nuovo mondo di significati, di una nuova modalità di vivere la vita e la fede.
Lo scopo della predicazione di Gesù, infatti, non è far sentire gli uomini in colpa davanti a Dio e indicare loro come essere buoni e perfetti, ma è quello di suscitare un nuovo modo di vivere la propria esistenza. Egli racconta storie e compie guarigioni per indicare a ciascuno di noi come la nostra vita potrebbe essere diversa, nuova, trasformata e risvegliata. E dice a Nicodemo e a ciascuno di noi, che il cambiamento è la cosa più difficile per l’uomo, ma se ti lasci trasformare tu rinasci di nuovo e ricevi occhi nuovi.
Abbiamo possibilità di sperimentare nuove modalità di accesso a Dio e al Vangelo? Possiamo fermare l’abitudine meccanica di riti, attività, devozioni che fino ad ora hanno popolato la nostra pastorale, per pensare insieme, preti e laici, nuove iniziative di annuncio e di esperienza della fede? Possiamo almeno fermarci per chiederci come ripartire, invece di sopprimere le domande e procedere come se nulla fosse accaduto?
Proprio in questo tempo le nostre Chiese hanno bisogno di ripensarsi e di ricominciare, con un sussulto evangelico: abbandonare la nostalgia delle abitudini e correre il rischio di cambiare.