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ROVERETO. È per me un imperativo morale ringraziare tutto il personale del reparto Covid dell'ospedale Santa Maria del Carmine di Rovereto. Quel reparto è un'eccellenza della Medicina trentina».
Don Lino Zatelli, parroco in san Carlo, parla e s'interrompe, ricomincia e s'interrompe un'altra volta. Si emoziona ricordando i giorni in ospedale, l'umanità dei medici e le cure ricevute, i volti degli altri malati e le preghiere dei parrocchiani.
«Dall'infermiere al dirigente, dall'operatore socio-sanitario al medico: tutti professionisti straordinari». Mica per niente li chiamano eroi. «Non chiamiamoli eroi. Non mi piace. Io li definirei persone esperte in umanità».
Una buona definizione.
«Ti seguono 24 ore su 24, ti chiamano per nome, sempre, ti guardano con uno sguardo amicale: hai passato bene la notte?, chiedono, e ora come va? Non sei un numero per loro, ma una persona unica, preziosa».
E questo aiuta a guarire.
«È come ti si accostasse un amico, un fratello, e ti abbracciasse. Quando entri in quel reparto ciò che ha scritto il Papa - tutti fratelli - lo vedi coi tuoi occhi. Questa esperienza mi ha fatto capire che la fede più grande è l'umanità, quell'umanità che trovi nei medici e nei compagni di ventura, in camera. L'essere fratelli è scritto nella vita, non in un testo».
Neppure se l'ha scritto il Papa.
«Quando mi hanno detto che potevo tornare a casa ho pianto, lo giuro, mi sembrava di essere egoista perché me ne andavo e tutti loro restavano; perché nasce un rapporto tra sofferenti che ti cambia la vita».
Non l'aveva mai provato prima?
«Mai».
Eppure non sarà stata la prima volta che ha sofferto.
«Il Covid è diverso, abbatte le difese psicologiche. In parrocchia hanno pregato tutti i giorni per me: quando me l'hanno detto mi sono girato dall'altra parte, nel letto, e ho pianto. Non so come farò a sdebitarmi con loro: li ho sentiti vicini, mi hanno trasmesso forza. Li rivedrò a Pasqua, il 4 aprile, celebrerò la messa dopo un mese e mezzo e li ringrazierò con tutto il cuore. Il 19 febbraio il primo tampone positivo, 11 giorni chiuso in canonica curato dalla dottoressa Vittoria Facchinelli, straordinaria anche lei, poi 12 giorni in ospedale con la paura di non farcela a tornare come prima. E ora la convalescenza. Ma ormai ci siamo, tra pochi giorni rivedrò i volti della mia gente. E sarà bellissimo».
SANTE MESSE
IN PARROCCHIA
CON L'IMPOSIZIONE
DELLE CENERI
ore 08.30
ore 17.00
ore 20.30
Le dimissioni dei “maestri”
Quel che è certo è che il crescente influsso degli influencer corrisponde – al tempo stesso come effetto e come causa – al tramonto dei “maestri”, di quelli veri, che insegnavano a porseli, questi problemi, e ad affrontarli con spirito critico, senza «pendere dalle labbra» di nessuno, proponendo non consigli sull’abbigliamento o sulle ricette di cucina, ma le domande di fondo decisive per le scelte pubbliche e private.
E non si parla qui solo dei grandi intellettuali che un tempo orientavano la cultura della nostra società. Il processo che ha portato gli adulti a dare le dimissioni dal loro compito, di educatori ha colpito, prima di tutto, genitori e insegnanti. Sia nelle famiglie – sempre meno in grado di trasmettere ai loro figli un patrimonio convincente di valori –, sia nella scuola, sempre più concentrata (quando va bene) sulla mera “trasmissione dei saperi” – la capacità dei “maestri” di proporre ai giovani messaggi significativi è oggi immensamente inferiore a quella di qualunque influencer.
Proprio la pandemia ci sta mettendo di fronte alle conseguenze di questa crisi educativa, esasperando le tensioni di rapporti in cui il grande assente era, già da tempo, il dialogo, condizione imprescindibile per educare. Impossibile in un rapporto frettoloso di convivenza, come quello che spesso caratterizzava la vita familiare prima del Covid; superfluo a scuola per un mera trasmissione di conoscenze, il dialogo, in questa emergenza, si è rivelato indispensabile proprio nell’esasperazione della sua assenza.
Senza dialogo, il rapporto genitori-figli si liofilizza in un repertorio di frasi fatte e i ragazzi, sequestrati in casa e lasciati soli, cercano sullo smartphone o nel computer i possibili interlocutori, col rischio di trovarvi quelli sbagliati. Così come, senza dialogo, diventa problematico un rapporto scolastico puramente virtuale, che dovrebbe avere la sua linfa in una comunicazione umana e che invece continua a fondarsi su lezioni frontali ispirate al vecchio schema unidirezionale.
Eppure, proprio questo emergere con maggior evidenza di un disagio covato già da tempo, può costringere genitori e insegnanti a ripensare il loro ruolo educativo e a rendersi conto, una buona volta, che proprio loro – non gli influencer! – devono essere i “maestri” dei loro figli e dei loro alunni, instaurando con essi una comunicazione degna di questo nome.
Compito impegnativo, perché il dialogo richiede l’ascolto e l’ascolto, a sua volta, disponibilità di tempo e di attenzione. Se vogliamo che le nuove generazioni non siano allevate dagli influencer nella “fiera delle vanità” della società massificata, bisogna che noi adulti riscopriamo il volto dei singoli e impariamo di nuovo ad ascoltare i loro problemi, le loro angosce, i loro desideri. Che usciamo dalla logica perversa del negoziato sui “sì” e sui “no”, a cui spesso si è ridotto il rapporto in famiglia, o dei programmi e delle interrogazioni, a scuola, e ritroviamo il gusto di parlare davvero.
Cenere in testa e acqua sui piedi.
Una strada, apparentemente, poco meno di due metri. Ma, in verità, molto più lunga e faticosa.
Perché si tratta di partire dalla propria testa per arrivare ai piedi degli altri. A percorrerla non bastano i quaranta giorni che vanno dal mercoledì delle ceneri al giovedì santo. Occorre tutta una vita, di cui il tempo quaresimale vuole essere la riduzione in scala.
Pentimento e servizio. Sono le due grandi prediche che la Chiesa affida alla cenere e all’acqua, più che alle parole.
Non c’è credente che non venga sedotto dal fascino di queste due prediche. Le altre, quelle fatte dai pulpiti, forse si dimenticano subito. Queste, invece, no: perché espresse con i simboli, che parlano un “linguaggio a lunga conservazione”.
È difficile, per esempio, sottrarsi all’urto di quella cenere.
Benché leggerissima, scende sul capo con la violenza della grandine. E trasforma in un’autentica martellata quel richiamo all’unica cosa che conta: “Convertiti e credi al Vangelo”.
Peccato che non tutti conoscono la rubrica del messale, secondo cui le ceneri debbono essere ricavate dai rami d’ulivo benedetti nell’ultima domenica delle palme.
Se no, le allusioni all’impegno per la pace, all’accoglienza del Cristo, al riconoscimento della sua unica signoria, alla speranza di ingressi definitivi nella Gerusalemme del cielo, diverrebbero itinerari ben più concreti di un cammino di conversione.
Quello “shampoo alla cenere”, comunque, rimane impresso per sempre: ben oltre il tempo in cui, tra i capelli soffici, ti ritrovi detriti terrosi che il mattino seguente, sparsi sul guanciale, fanno pensare per un attimo alle squame già cadute dalle croste del nostro peccato.
Così pure rimane indelebile per sempre quel tintinnare dell’acqua nel catino. È la predica più antica che ognuno di noi ricordi. Da bambini, l’abbiamo “udita con gli occhi”, pieni di stupore, dopo aver sgomitato tra cento fianchi, per passare in prima fila e spiare da vicino le emozioni della gente.
Una predica, quella del giovedì santo, costruita con dodici identiche frasi: ma senza monotonia.
Ricca di tenerezze, benché articolata su un prevedibile copione. Priva di retorica, pur nel ripetersi di passaggi scontati: l’offertorio di un piede, il levarsi di una brocca, il frullare di un asciugatoio, il sigillo di un bacio.
Una predica strana.
Perché a pronunciarla senza parole, genuflesso davanti a dodici simboli della povertà umana, è un uomo che la mente ricorda in ginocchio solo davanti alle ostie consacrate.
Miraggio o dissolvenza? Abbaglio provocato dal sonno, o simbolo per chi veglia nell’attesa di Cristo? “Una tantum” per la sera dei paradossi, o prontuario plastico per le nostre scelte quotidiane? Potenza evocatrice dei segni!
Intraprendiamo, allora, il viaggio quaresimale, sospeso tra cenere e acqua. La cenere ci bruci sul capo, come fosse appena uscita dal cratere di un vulcano. Per spegnerne l’ardore, mettiamoci alla ricerca dell’acqua da versare… sui piedi degli altri.
Pentimento e servizio. Binari obbligati su cui deve scivolare il cammino del nostro ritorno a casa.
Cenere e acqua.
Ingredienti primordiali del bucato di un tempo. Ma, soprattutto, simboli di una conversione completa, che vuole afferrarci finalmente dalla testa ai piedi.