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Finché c'è compassione
il mondo può sperare
Venite in disparte e riposatevi un po'. I suoi sono ritornati felici da quell'invio a due a due, da quella missione in cui li aveva lanciati, un pellegrinaggio di Parola e di povertà.
I Dodici hanno incontrato tanta gente, l'hanno fatto con l'arte appresa da Gesù: l'arte della prossimità e della carezza, della guarigione dai demoni del vivere. Ora è il tempo dell'incontro con se stessi, di riconnettersi con ciò che accade nel proprio spazio vitale. C'è un tempo per ogni cosa, dice il sapiente d'Israele, un tempo per agire e un tempo per interrogarsi sui motivi dell'agire. Un tempo per andare di casa in casa e un tempo per “fare casa” tra amici e con se stessi. C'è tanto da fare in Israele, malati, lebbrosi, vedove di Nain, lacrime, eppure Gesù, invece di buttare i suoi discepoli dentro il vortice del dolore e della fame, li porta via con sé e insegna loro una sapienza del vivere.
Viviamo oggi in una cultura in cui il reddito che deve crescere e la produttività che deve sempre aumentare ci hanno convinti che sono gli impegni a dare valore alla vita. Gesù ci insegna che la vita vale indipendentemente dai nostri impegni (G. Piccolo).
La gente ha capito, e il flusso inarrestabile delle persone li raggiunge anche in quel luogo appartato. E Gesù anziché dare la priorità al suo programma, la dà alle persone. Il motivo è detto in due parole: prova compassione. Termine di una carica bellissima, infinita, termine che richiama le viscere, e indica un morso, un crampo, uno spasmo dentro. La prima reazione di Gesù: prova dolore per il dolore del mondo. E si mise a insegnare molte cose. Forse, diremmo noi, c'erano problemi più urgenti per la folla: guarire, sfamare, liberare; bisogni più immediati che non mettersi a insegnare. Forse abbiamo dimenticato che c'è una vita profonda in noi che continuiamo a mortificare, ad affamare, a disidratare. A questa Gesù si rivolge, come una manciata di luce gettata nel cuore di ciascuno, a illuminare la via. Questo Gesù che si mette a disposizione, che non si risparmia, che lascia dettare agli altri l'agenda, generoso di sentimenti, consegna qualcosa di grande alla folla: «Si può dare il pane, è vero, ma chi riceve il pane può non averne bisogno estremo. Invece di un gesto d'affetto ha bisogno ogni cuore stanco. E ogni cuore è stanco» (Sorella Maria di Campello). È il grande insegnamento ai Dodici: imparare uno sguardo che abbia commozione e tenerezza. Le parole nasceranno. E vale per ognuno di noi: quando impari la compassione, quando ritrovi la capacità di commuoverti, il mondo si innesta nella tua anima, e diventiamo un fiume solo. Se ancora c'è chi sa, tra noi, commuoversi per l'uomo, questo mondo può ancora sperare.
La lettera.
Il Papa: Dio si fa vicino a tutti con cuore di Padre
Lettera del Papa a padre James Martin, che svolge la sua opera pastorale tra le persone Lgbt
Dio "si avvicina con amore ad ognuno dei suoi figli, a tutti e ad ognuno di loro. Il suo cuore è aperto a tutti e a ciascuno. Lui è Padre". Vatican news ha riportato la notizia di papa Francesco che ha inviato una breve lettera autografa in spagnolo al padre gesuita James Martin, che svolge il suo apostolato tra le persone Lgbt, in occasione del webinar "Outreach 2021", tenutosi ieri. Il sacerdote ha pubblicato oggi la lettera su Twitter.
"Lo 'stile' di Dio - scrive il Papa - ha tre tratti: vicinanza, compassione e tenerezza. Questo è il modo in cui si avvicina a ciascuno di noi. Pensando al tuo lavoro pastorale, vedo che cerchi continuamente di imitare questo stile di Dio. Tu sei un sacerdote per tutti e tutte, come Dio è Padre di tutti e tutte. Prego per te affinché tu possa continuare in questo modo, essendo vicino, compassionevole e con molta tenerezza".
Francesco ringrazia padre Martin per il suo zelo pastorale e per la sua "capacità di essere vicino alle persone con quella vicinanza che aveva Gesù e che riflette la vicinanza di Dio".
"Prego per i tuoi fedeli, i tuoi 'parrocchiani' - conclude il Papa - tutti coloro che il Signore ha posto accanto a te perché tu ti prenda cura di loro, li protegga e li faccia crescere nell'amore di nostro Signore Gesù Cristo".
Motivo di scandalo
Figlio di Maria, nostro fratello, è uno di noi.
Sarà sempre uno scandalo sapere che Dio è come noi, in mezzo a noi.
Un profeta o un artigiano? Un manovale o un rabbino che può insegnare nella sinagoga?
Uno di noi, come noi, che abitava nel nostro stesso villaggio,
che frequentava un gruppo di brave gente, di fratelli e sorelle e che ora vuole insegnarci.
Uno scandalo! Visto che per trent´anni ha vissuto qui
ed ora ci vuol far credere che questo, che Nazareth, è il luogo di Dio,
il luogo sperso e insignificante dove lo possiamo trovare ogni giorno.
Un profeta che sa "vedere" nelle cose più comuni la presenza viva e vivificante del regno di Dio.
Una domenica nella profezia più quotidiana...
CRISTO MIA DOLCE ROVINA
Cristo, mia dolce rovina,
gioia e tormento insieme tu sei.
Impossibile amarti impunemente,
dolce rovina, Cristo,
che rovini in me tutto ciò
che non è amore.
Impossibile amarti senza pagarne il prezzo
in moneta di vita.
Impossibile amarti e non cambiare vita
e non gettare dalle braccia il vuoto
e non accrescere gli orizzonti che respiriamo.
Consigliamo un piccolo sforzo per una lettura non consuetudinaria e non “consumistica” del vangelo di Marco 4, 35-40. Una lettura attenta soprattutto al rimprovero da parte di Gesù verso i suoi che, nel pieno di una tempesta, incapaci a gestire l’evento, cercano una fuoriuscita “miracolistica”: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?». Gesù li rimprovera: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».
Qui Gesù pone un’alternativa drastica tra la Fede e la Paura! Alternativa drastica non solo per le prime comunità cristiane, ma anche per noi cristiani del terzo millennio.
Secondo gli esegeti, Marco riporta questo fatto perché lo riteneva altamente significativo per la sua prima comunità. La barca è la comunità cristiana che nei tempi delle persecuzioni, dopo l'Ascensione di Gesù, era come una barca che andava a fondo. Gesù non c'era, i piccoli gruppi di credenti, in mezzo alle persecuzioni che portarono anche Pietro in prigione, erano attraversati dalla paura. Amaro è il commento di padre Balducci: «Questa immagine della barca, che ha avuto un grande destino nella metafora cristiana, ci richiama ai tempi in cui i cristiani per vincere la paura hanno trovato altri accorgimenti: hanno fatto una corazzata, si sono garantiti tutte le protezioni. Ma nel seguire la paura essi hanno così vinto la paura nei modi con cui la vince il mondo» (Gli ultimi tempi, Vol. 2°, pag. 245). Il riferimento è agli accordi con il potere, a partire da Costantino per finire con Mussolini…
Di fronte a questo brano evangelico, dunque, ci si pone una serie di domande: come porci, noi cristiani, di fronte alle inedite paure di questo ventunesimo secolo? Fondiamo le nostre sicurezze sul conto in banca, sugli appoggi di potere, sui privilegi di casta? Speriamo in un intervento miracolistico che prescinda dalle nostre responsabilità? O sappiamo stare, senza paura ma con amore responsabile e combattivo dentro le tempeste della vita e della storia?
Dico “senza paura” perché trovo una radicale impossibilità di convivenza tra la Fede e la Paura. E trovo assurda la “fede” che si nutre di paure per sottomettere e abbonire uomini e donne di ogni tempo. E non è senza motivo se, su questo tema, papa Francesco si esprime con questi termini: «La paura viene alimentata, manipolata… Perché la paura, oltre ad essere un buon affare per i mercanti di armi e di morte, ci indebolisce, ci destabilizza, distrugge le nostre difese psicologiche e spirituali, ci anestetizza di fronte alla sofferenza degli altri e alla fine ci rende crudeli». (Discorso ai partecipanti al 3° Incontro mondiale dei movimenti Popolari – 5.11.2016)
Così come ci avvertiva, negli anni novanta del secolo scorso, don Tonino Bello: «Lo sappiamo, oggi le paure hanno traslocato. Si sono trasferite dalla fascia cosmica (Il buio, il lampo, il tuono, i terremoti, le tempeste ecc.) alla fascia antropologica. Non si articolano più attorno al cuore della natura: si articolano attorno al cuore dell'uomo. Oggi, cioè, non si ha più paura della carestia provocata dalla avarizia della terra, ma della carestia prodotta dall'avarizia dell'uomo. È dal cuore umano che nasce e si sviluppa la nube tossica delle paure contemporanee» (Sui sentieri di Isaia, p. 116).
Il vero miracolo sarebbe, allora, una comunità di uomini e donne liberi da ogni paura, responsabili delle proprie azioni e coscienti che il “Paradiso” non ci sta alle spalle, come nella lettura fondamentalista della Genesi, né sulla testa, come nel sogno di troppi “credenti”, ma davanti, come dono di Dio affidato al lavoro responsabile dell’uomo.