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La povera vedova, maestra di generosità
Una donna senza nome, sola, vedova, povera, è l'ultimo personaggio che Gesù incontra nel vangelo di Marco, l'ultima maestra.
Una maestra senza parole e senza titoli, sapiente di lacrime e di coraggio, e "se tu ascoltassi una sola volta la lezione del cuore faresti lezione agli eruditi" (Rumi, uno dei massimi autori della letteratura mistica persiana )
Seduto nel locale delle offerte, Gesù osserva: il suo sguardo si è fatto penetrante e affilato come quello dei profeti, come chi ama e ha cura della vita in tutti i suoi dettagli.
Vede un gesto da nulla in cui si cela il divino, vede l'assoluto balenare nel dettaglio di due centesimi. Lei ha gettato nel tesoro due spiccioli, ma ha dato più di tutti gli altri.
Perché di più di tutti gli altri? Perché le bilance di Dio non sono quantitative, ma qualitative. Le sue bilance non pesano la quantità, ma il cuore.
Non cercate nella vita persone sante, forse le troverete forse no (infatti non sappiamo se la vita morale della donna fosse retta o meno), non cercate persone perfette, cercate piuttosto persone generose, che danno tempo e affetti, quelle dei piccoli gesti con dentro tanto cuore.
La notte comincia con la prima stella, il mondo nuovo con il primo gesto di un piccolo samaritano buono.
Amare è dare futuro al mondo
Qual è, fra tutti, il più grande comandamento?
L’ebreo osservante, ortodosso, osserva e pratica 613 precetti, “le mitzvot”.
Gesù è libero, è anticonformista. Esce dagli schemi, risponde con una parola che tra i comandamenti non c'è.
La risposta comincia con un verbo: amerai, al futuro, a indicare una storia infinita, perché l'amore è il futuro del mondo, perché senza amore non c'è futuro: vi amerete, altrimenti vi distruggerete.
E poi per vivere bene; la felicità di questa vita è dare e ricevere amore.
Prima ancora però c'è un “comandamento zero”: shemà, ascolta, ricordati, non dimenticare, tienilo legato al polso, mettilo come sigillo sul cuore, come gioiello davanti agli occhi... Fa tenerezza un Dio che chiede: «Ascoltami, per favore». Amare Dio è ascoltarlo.
Ma chi è il mio prossimo?
Non già obbedire a comandamenti o celebrare liturgie, ma semplicemente, meravigliosamente, felicemente: amare.
“Io non prego perché Dio intervenga. Chiedo la forza di capire, di accettare, di sperare. Io prego perché Dio mi dia la forza di sopportare il dolore e di far fronte anche alla morte con la stessa forza di Cristo.
Io non prego perché cambi Dio, io prego per caricarmi di Dio e possibilmente cambiare io stesso, cioè noi, tutti insieme, le cose”.
Padre David Maria Turoldo scriveva queste parole chino sulla propria vita che volgeva al termine e nello stesso tempo sui mali che sconvolgevano il mondo. Le sue parole risuonano nella sofferenza e nel silenzio di oggi.
Un cammino a volte difficile quello dell’uomo, pieno di interrogativi e di smarrimenti che lui, frate e poeta, raccontava incrociando la poesia con la fede: “Allora diremo, pure Cristo ci ha ingannati. Sarà il nome più bestemmiato, il tuo dolcissimo nome o Cristo di Dio”.
Poi il pensiero si alzava e raggiungeva il confine della sofferenza con il mistero: “Se Dio dovesse intervenire, perché dovrebbe intervenire solo per me, guarire solo me, e non guarire il bambino handicappato, il fratello che magari è in uno stato di sofferenza e di disperazione peggiore del mio? Perché Dio dovrebbe fare queste preferenze?”.
E continuava, alzandosi sempre più: “Perché dire: Dio mi ha voluto bene, il male non ha colpito me ma il mio vicino! E allora: era un Dio che non voleva bene al mio vicino? E se Dio intervenisse per tutti e sempre, non sarebbe un por fine al libero gioco delle forze e dell’ordine della creazione? Per questo per me Dio non è mai colpevole. Egli non può e non deve intervenire. Diversamente, se potendo non intervenisse, sarebbe un Dio che si diverte davanti a troppe sofferenze incredibili e inammissibili. Ecco perché, come dicevo prima, il dramma della malattia, della sofferenza e della morte è anche il dramma di Dio”.
Come in passato ritorna sulle labbra la domanda “Dov’è Dio?”. Ritorna di fronte al Coronavirus, alle tragedie delle guerre, alle angosce di popoli in fuga, alle devastazioni dell’anima di innumerevoli persone…
Torna la domanda che in “La Notte” Elie Wiesel ha fatto nascere di fronte a un bimbo impiccato in un campo di concentramento nazista. Torna anche la risposta di Wiesel. “Dio era quel bimbo impiccato”.
E’ pieno di fatiche, di ribellioni, di rifiuti il cammino dell’uomo che porta a questa risposta.
David Maria Turoldo ne era consapevole e così scriveva: “La notte è avanzata: Dio fa’ che la notte finisca, che non sia più notte”.
La poesia lascia una traccia lieve, tocca a chi la scopre interpretare un messaggio di speranza per annunciarlo nel tempo del silenzio. Con parole vere e leggere, con le parole di un poeta.
Non è tutto un vivere e insieme
un morire? Ciò che più conta
non è questo, non è questo:
conta solo che siamo eterni,
che dureremo, che sopravviveremo…
Non so come, non so dove, ma tutto
perdurerà: di vita in vita
e ancora da morte a vita
come onde sulle balze
di un fiume senza fine.
LE BUONE NOCI DEL BLEGGIO
AIUTANO LA NOSTRA CARITAS PARROCCHIALE
Con sabato prossimo 30 ottobre, alle porte della chiesa sarà possibile acquistare le buone e saporite noci bleggiane.
Ogni confezione costerà Euro 6 .
Due Euro, su ogni confezione, saranno destinati alla nostra Caritas parrocchiale.
Grazie.