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Se ogni mattina potessi ripensare questa scena,
vedere il cielo azzurro
che si apre sopra di me
come un abbraccio;
sentire il Padre che mi dice con tenerezza e forza:
figlio mio, amato mio, mio compiacimento;
sentirmi come un bambino
che anche se è sollevato da terra,
anche se si trova in una posizione instabile,
si abbandona felice e senza timore
fra le braccia dei genitori,
questa sarebbe
la mia più bella,
quotidiana
esperienza di fede.
La vertigine del Natale, la vita di Dio in noi
Giovanni, unico tra gli evangelisti, comincia il Vangelo non con un racconto, ma con un inno che opera uno sfondamento dello spazio e del tempo: in principio era il Verbo e il Verbo era Dio. In principio "bereshit", prima parola della Bibbia, punto sorgivo da cui tutto ha inizio e senso.
Un principio che non è solo cronologico, ma fondamento, base e destino.
Senza di lui nulla di ciò che esiste è stato fatto. Un'esplosione di bene, e non il caos, ha dato origine all'universo.
Non solo gli esseri umani, ma anche la stella e il filo d'erba e la pietra e lo scricciolo appena uscito dal bosco, tutto è stato plasmato dalle sue mani.
Siamo da forze buone miracolosamente avvolti, scaturiti da una sorgente buona che continua ad alimentarci, che non verrà mai meno, fonte alla quale possiamo sempre attingere. E scoprire così che in gioco nella nostra vita c'è sempre una vita più grande di noi, e che il nostro segreto è oltre noi.
Mettere Dio 'in principio', significa anche metterlo al centro e alla fine.
Veniva nel mondo la luce vera quella che illumina ogni uomo.
Ogni uomo, e vuol dire davvero così: ogni uomo, ogni donna, ogni bambino, ogni anziano è illuminato; nessuno escluso, i buoni e i meno buoni, i giusti e i feriti, sotto ogni cielo, nella chiesa e fuori dalla chiesa, nessuna vita è senza un grammo di quella luce increata, che le tenebre non hanno vinto, che non vinceranno mai. In Lui era la vita...
Cristo non è venuto a portare una nuova teoria religiosa o un pensiero più evoluto, ma a comunicare vita, e il desiderio di ulteriore vita.
Qui è la vertigine del Natale: la vita stessa di Dio in noi. Profondità ultima dell'Incarnazione.
Il verbo si è fatto carne. Non solo si è fatto uomo, e ci sarebbe bastato; non solo si è fatto Gesù di Nazaret, il figlio della bellissima, e sarebbe bastato ancor di più; ma si è fatto carne, creta, fragilità, bambino impotente, affamato di latte e di carezze, agnello inchiodato alla croce, in cui grida tutto il dolore del mondo. Venne fra i suoi ma i suoi non l'hanno accolto. Dio non si merita, si accoglie.
Parola bella che sa di porte che si aprono, parola semplice come la mia libertà, parola dolce di grembi che fanno spazio alla vita e danzano: si accoglie solo ciò che da gioia. A quanti l'hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio.
Il potere, l'energia felice, la potenza gioiosa di diventare ciò che siamo: figli dell'amore e della luce, i due più bei nomi di Dio. Cristo, energia di nascite, nasce perché io nasca. Nasca nuovo e diverso.
La sua nascita vuole la mia nascita a figlio. Perché non c'è altro senso, non c'è altro destino, per noi, che diventare come lui.

“Maria , da parte sua, custodiva tutte queste cose,
meditandole nel suo cuore”.
Santa Maria, donna del silenzio,
raccontaci dei tuoi appuntamenti con Dio.
In quali campagne ti recavi nei meriggi di primavera,
lontano dal frastuono di Nazareth, per udire la sua voce?
In quali fenditure della roccia ti nascondevi adolescente,
perché l'incontro con lui non venisse profanato
dalla violenza degli umani rumori?
Su quali terrazzi di Galilea,
allagati dal plenilunio,
nutrivi le tue veglie di notturne salmodie,
mentre il gracidare delle rane,
laggiù nella piana degli ulivi,
era l'unica colonna sonora ai tuoi pensieri di castità?
Che discorsi facevi, presso la fontana del villaggio,
con le tue compagne di gioventù?
Che cosa trasmettevi a Giuseppe quando al crepuscolo,
prendendoti per mano,
usciva con te verso i declivi di Esdrelon,
o ti conduceva al lago di Tiberiade nelle giornate di sole?
Il mistero che nascondevi nel grembo glielo
confidasti con parole o con lacrime di felicità?
Che cosa vi siete detto, per trent' anni,
attorno a quel desco di povera gente?
Santa Maria, donna del silenzio,
ammettici alla tua scuola.
Tienici lontani dalla fiera dei rumori
entro cui rischiamo di stordirci,
al limite della dissociazione.
Preservaci dalla morbosa voluttà di notizie,
che ci fa sordi alla "buona notizia".
Rendici operatori di quell'ecologia acustica,
che ci restituisca il gusto della contemplazione
pur nel vortice della città.
Persuadici che
solo nel silenzio maturano le cose grandi della vita:
la conversione, l'amore, il sacrificio, la morte.
Un'ultima cosa vogliamo chiederti, Madre dolcissima.
Tu che hai sperimentato, come Cristo sulla croce,
il silenzio di Dio,
non ti allontanare dal nostro fianco nell'ora della prova.
Quando il sole si eclissa pure per noi,
e il cielo non risponde al nostro grido,
e la terra rimbomba cava sotto i passi,
e la paura dell'abbandono rischia di farci disperare,
rimanici accanto.
In quel momento, rompi pure il silenzio:
per dirci parole d'amore!
E sentiremo sulla pelle i brividi della Pasqua.