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Dal buio alla fede
Era ancora buio, quel “primo giorno dopo il sabato”.
Donne in movimento, anzi in corsa. E uno sguardo ficcato nelle tenebre, a cercare il sorgere della luce in crescita.
C’è una silenziosa sotterranea continuità tra la notte, l’abisso fondo del sabato santo e l’alba del primo giorno che allerta tutti i sensi dello spirito.
Il soggetto in azione è il medesimo: le discepole venute con Gesù dalla Galilea. Medesimo è il profumo degli unguenti. Medesima la passione di ricerca.
Tutto, in quel primo giorno ha inizio “quando era ancora buio”.
Le donne si muovono rapide e sembrano decise, determinate, mentre “ancora ci sono le tenebre”.
Ancora nel dominio della morte esse, ciecamente, seguono l’insoffocabile presentimento della vita, custodito al cuore della fedeltà dei legami.
Per le donne la vicenda di Gesù non era chiusa. Quella pietra al luogo del corpo amato era per loro un’impertinenza e la volevano sfidare.
Tutti i Vangeli, pur in modo diverso, registrano l’intrigante epilogo di una storia singolare e, unito, il prologo di una storia nuova: donne sotto la croce di Gesù, in silenzioso sguardo che ricevono la consegna del suo corpo – consegna che non conclude ma apre …
Esse, fatte solo sguardo, pur velato di lacrime, stanno a osservare il luogo della deposizione, preparano profumi per il corpo amato.
Non scelgono mai la fuga, le donne discepole venute dalla Galilea. Così, profezia muta, impersonano e reggono ignare il passaggio discepolare dalle tenebre alla nuova luce. Senza saper cosa sperare, ma non disperate.
“Il primo giorno, dopo il sabato, si recarono”: dopo l’ora delle lacrime e il tempo dell’assenza di ogni parola.
Protagoniste del compiersi della narrazione di Gesù nei suoi passi terreni, ecco dunque ancora donne, proprio come per l’inizio.
All’inizio ed alla fine, ad inclusione, stanno donne di Galilea, senza credito. Maria, umile serva, Elisabetta ed Anna, all’inizio; Maria di Magdala, Giovanna, Maria di Giacomo, alla fine .
La rivelazione degli angeli irrompe e ribalta la ricerca delle donne: “Perché cercate tra i morti Colui che è vivo?”.
La necessità della passione per “il Vivente”. Ecco dischiudersi nell’annuncio dei due – angeli come uomini – l’orizzonte nuovo di lettura della storia umana, lettura che ne apre i sigilli.
Gesù con la sua vicenda terrena fino alla Croce ha detto Dio e ha detto l’uomo – nel mistero che – nella differenza abissale – li accomuna: la vita.
La profetica fedeltà delle discepole deve aprirsi al mistero della Vita, che attraverso la morte di Gesù rivela tutta la sua trascendenza: “Vivente” non significa tornato alla vita di prima, ma entrato nella vita di Dio. La risurrezione di Gesù disorienta e riorienta in loro tutte le categorie dell’umano.
Egli vive, e dunque noi viviamo.
Le donne obbediscono al comando ricevuto: “si ricordarono delle sue parole”. Si tratta proprio di un comando. Nel racconto di Luca l’attenzione si concentra interamente sulla cosa più importante: il ricordo, che subito si fa annuncio. Esse sanno, per essere passate attraverso la morte con speranza non disperata.
Non possiamo essere esperti di Dio senza conoscere il cuore delle tenebre.
Basta fermare lo sguardo e custodire la memoria con cuore docile allo Spirito, per scoprire che il cuore dell’oscurità è la luce.
Gesù, il Cristo, il nazareno, è veramente risorto! e noi sentiamo in tutte le fibre del nostro essere che la sua vita ci avvolge, ci intride, ci rigenera. Lo sentiamo non con i sensi della carne – ché anzi tanta stanchezza e annunci sinistri di morte ci sfiancano – ma con lo sguardo e l’udito della fede, con l’odorato e il tatto e il gusto dell’amore, con l’intuito dello Spirito che – sola grazia – si unisce al nostro spirito per attestarci che più forte di tutti i macigni di morte è la fedeltà del Vivente.
“Resurrezione
è l’esodo da ciò che è vecchio,
che trattiene l’essere umano
come negli inferi
e che tenta di impedire
alla luce dell’evangelo
di levarsi nel cuore” (Isacco il Siro, VII sec.)
Piangere è amare con gli occhi.
L’uomo risorge per le lacrime di Dio, risorgiamo perché amati.
Lazzaro sono io.
Quante volte sono morto: era finito l’olio nella lampada, finita la voglia di lottare e faticare, forse perfino la voglia di vivere.
E poi un seme ha cominciato a germogliare, non so da dove, non so perché.
Una pietra si è smossa, è entrato un raggio di sole.
Un grido d’amico ha spezzato il silenzio.
Delle lacrime hanno bagnato le mie bende.

Dal sepolcro la vita è deflagrata.
La morte ha perduto il duro agone.
Comincia un’era nuova:
l’uomo riconciliato nella nuova
alleanza sancita dal tuo sangue
ha dinanzi a sé la via.
Difficile tenersi in quel cammino.
La porta del tuo regno è stretta.
Ora sì, o Redentore, che abbiamo bisogno del tuo aiuto,
ora sì che invochiamo il tuo soccorso,
tu, guida e presidio, non ce lo negare.
L’offesa del mondo è stata immane.
Infinitamente più grande è stato il tuo amore.
Noi con amore ti chiediamo amore.
Amen.
Mario Luzi

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Così cerca di prolungarsi il pianto
nella notte, ma già il mattino sorge:
mistero d'amore è la nostra parabola.
Dov'è la vittoria della morte?
Un forte vento toglierà la pietra
anche dal nostro sepolcro.
Il futuro è già presente e viene incontro,
luce adorna come fiori le piaghe,
resurrezione ha nome il nostro giorno.
Padre Turoldo