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Un maestoso e regale cedro del Libano oppure una secolare ed imponente quercia:
se fossi stato io chiamato a paragonare il regno dei cieli a un albero, avrei scelto uno di questi due,
per affermare la grandiosità e la potenza, la spettacolarità di Dio.
Gesù invece come al solito ci spiazza con un modello inaspettato:
il più piccolo tra tutti i semi, il più banale, il più comune,
quello che fatichi a vedere tra l’erba, a cui non fai caso, poco più di niente.
Invece di volgere il nostro sguardo verso il cielo, perché di cielo si parla,
lo costringe a puntare verso il basso, ad aguzzare la vista per cercare nell’orto di casa l’insignificante granello di senape:
non è lontano quel regno, ma già qui nascosto e vivo, non è da attendere e sospirare, ma solo da vedere, cercare, perché la terra è già cielo.
Come dire che Dio non è inarrivabile, ma presente nella piccolezza di un seme, di un dettaglio, di un frammento.
Come dire che il futuro è già qui se lo sai intuire.
Cari ragazzi,
So per certo che in questi anni di scuola avete avuto l’occasione di sapere, e un pochino anche quella di saper fare. Ciò che spero, che non posso vedere ora ma saranno le vostre vite a dirlo, è che abbiate avuto la possibilità di coltivare il “saper essere”.
Per “saper essere” servono valori ben esplicitati. Per semplicità, e per deformazione professionale, li ho riassunti in quattro parole che iniziano con “co”: conoscenza, consapevolezza, coraggio, compassione. Dobbiamo sempre tirare fuori da noi e dagli altri almeno uno di questi quattro “co”, in modo da poterli nutrire. Così facendo, saranno essi a diventare più forti. Se ciò che facciamo non li nutre, allora stiamo buttando il nostro tempo.
In fin dei conti, la nostra vita è la differenza fra il mondo prima della nostra nascita e il mondo dopo la nostra morte. Questa differenza non è data dai soldi che accumuliamo o dalle cose che possediamo, ma da ciò che riusciamo a tirare fuori da noi stessi e dagli altri con il poco tempo che abbiamo a disposizione. La differenza, quindi, sono le relazioni che costruiamo.
Anziani e sofferenti, sul letto di morte, non desidereremo essere riusciti ad aver fatto almeno una volta qualcosa di disinteressato, coraggioso e compassionevole, che abbia lenito la sofferenza a noi intorno?
Il tempo è il fattore chiave, dunque. Deve essere riempito con una vita vera, non con l’alienazione, e nella vita vera la gratificazione non è mai immediata. Qualunque cosa facciate, quindi, invece che farla alienandovi fatela impegnandovi. Metteteci dell’impegno, e tutto il tempo che serve impegnandosi.
La compassione così portata nel mondo ci permetterà di uscire dall’”io” ed entrare nel “noi”. Non esiste alcun dualismo, in realtà: quando siamo gentili con qualcuno, tiriamo fuori qualcosa di buono tanto da noi quanto dagli altri; quando siamo violenti con qualcuno, frantumiamo noi stessi insieme a lui. Ecco allora che la relazione con gli altri diventa la chiave della nostra stessa esistenza, la differenza fra prima e dopo di noi. Dobbiamo essere una bella differenza, quindi una bella relazione.
Le quattro qualità con “co”, dunque, non sono che un mezzo per arrivare all’insegnamento più grande che sono in grado di offrirvi: siate gentili.
La gentilezza vi permette di uscire dalla logica del profitto per sè e del giudizio degli altri. Sono le logiche che hanno devastato il mondo. Bisogna invece saper comprendere, nel tentativo di aiutare le persone invece che giudicarle. La gentilezza passa da questo. La gentilezza farà vivere meglio gli altri e farà stare meglio voi, sempre perché non esiste alcun dualismo. È fondamentale.
Non avete nulla di sbagliato, non siete soli ed è impossibile non volervi bene. Non avete alibi, dunque, dovete mettere in atto questi due insegnamenti: l’impegno, che viene dal voler costruire sempre invece che illudersi di poter costruire per sempre; la gentilezza, che costruisce una sana differenza.
Non importa quanto duri possano essere i tempi, dovete nutrire l’impegno e la gentilezza nei vostri cuori sempre. Siate belli.
Vi voglio bene
(Prof) Andrea Pajetti
Jannik Sinner
"Caro numero 1, ho sempre guardato in alto, verso di te. Sei stato nella mia mente ogni volta che ho vinto un match e, soprattutto, ogni volta che ho perso un match. Eri lì quando ero stanco, scoraggiato, frustrato e mi sono quasi arreso - ha scritto Sinner -. Sei la ragione per cui non l’ho fatto. La ragione per cui ho continuato a provarci con più forza e credendo di più in me stesso. Grazie, numero 1, perché senza di te non sarei quello che sono oggi: tu. Jannik“.
Un gesto d'amore verso lo sport che lo ha reso grande e verso quegli obiettivi che chiunque dovrebbe cercare di inseguire, lasciando un segno tangibile a tutti quei ragazzi che un giorno vorrebbero diventare come lui, un mito da seguire non arrendendosi mai alle difficoltà che si possano incontrare.
Gesù è venuto a stravolgere le sicurezze attraverso cui ci difendiamo,
a dirci che Dio è di più, molto di più
di ciò che pensiamo, immaginiamo o costruiamo dentro di noi.
E se non gli crediamo allora noi sì che restiamo con un pugno di mosche in mano, a vederle volar via, fastidiose e insistenti con il loro ronzio.
E, «girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui»,
come a voler cercare gli occhi di ciascuno,
come a voler leggere dentro ognuno di loro la disponibilità ad accoglierlo,
Gesù scrive il suo stato di famiglia:
mi appartiene chi è disposto a correre il rischio di passare come chi sceglie la “spazzatura” e gli scarti del mondo,
di essere preso per un pazzo scatenato,
di essere un incontenibile ed ingenuo folle.
Ha il mio stesso sangue, insomma, chi si lascia contagiare da un Dio innamorato pazzo.